Populismo giudiziario e garanzie a senso unico: l'attacco ai magistrati
In quel girone dantesco che è diventata l'Italia populista, la coerenza nell'applicazione dei princìpi costituzionali e di garanzia sembra essere diventata un optional, piegata alle esigenze della propaganda del momento. Un esempio lampante di questa distorsione emerge chiaramente da un recente tweet pubblicato da Matteo Salvini.
Nel post in questione, il leader della Lega punta il dito contro una decisione della magistratura, lamentando la scarcerazione di Youssef Siher – accusato di istigazione a delinquere con finalità terroristica – e polemizzando duramente contro la giudice con toni allarmistici: «E se alle prossime manifestazioni ci saranno nuove violenze e danni, CHI PAGHERÀ? La giudice? Youssef?».
Il cortocircuito della garanzia a senso unico
Ciò che rende questa uscita particolarmente emblematica è il macroscopico cortocircuito logico e giuridico rispetto alla biografia giudiziaria dello stesso Salvini.
Quando in passato il leader leghista si è trovato al centro di accuse gravissime – come il blocco e il presunto sequestro di centinaia di esseri umani in mare durante il suo mandato da Ministro dell'Interno – la narrazione politica e personale è stata radicalmente opposta. In quel contesto, nessuno ha mai invocato la carcerazione preventiva o l'esclusione preventiva dalla vita pubblica sulla base di semplici accuse. Al contrario, si è giustamente rivendicato il principio costituzionale della presunzione d'innocenza, lamentando ogni mossa giudiziaria e pretendendo di essere ritenuti idonei e degni di ricoprire incarichi di potere ben prima che si arrivasse a una sentenza definitiva di terzo grado.
La giustizia spettacolarizzata
Il doppio standard è evidente: per la politica istituzionale e per gli "amici", la legge deve essere un abito di garanzia, un sistema complesso fondato su prove, gradi di giudizio e sul principio che una misura cautelare non è una condanna anticipata. Quando invece a finire nel mirino della giustizia è un cittadino straniero o un soggetto inserito in contesti percepiti come "nemici" (in questo caso, l'equazione implicita tocca il mondo musulmano o dell'attivismo), la presunzione d'innocenza viene stracciata. Le accuse diventano automaticamente verità indiscutibili e si invoca la galera a tempo indeterminato, buttando via la chiave e delegittimando pubblicamente l'operato dei giudici che applicano il codice penale.
Attaccare un magistrato perché compie il proprio dovere valutando i presupposti per la custodia cautelare non è solo un atto di populismo giudiziario; è un attacco sistematico ai pilastri dello Stato di diritto. Pretendere garanzie, tutele e rispetto dei processi per sé stessi, e negarli aprioristicamente agli altri in base alla gravità dell'etichetta accusatoria, svela una concezione della giustizia pericolosamente a geometria variabile, buona solo per alimentare la rabbia e il consenso a scapito della democrazia costituzionale.
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