Quando l'identitarismo sostituisce la ragione

Nel panorama politico e sociale contemporaneo, assistiamo sempre più spesso al tentativo di costruire retoriche identitarie basate su una miscela di tradizionalismo, fanatismo religioso e una velata (ma non troppo) affermazione di supremazia culturale. Il post social di Simone Pillon, che celebra la raccolta delle olive elevandola a simbolo di una civiltà che «prospera grazie alla fede, alla forza delle nostre famiglie e al grano, alla vite e all'olivo», rappresenta un esempio emblematico di questo meccanismo logico e comunicativo.

A prima vista, il messaggio appare innocuo, quasi idilliaco: la celebrazione dei valori familiari, del lavoro nei campi e della tradizione mediterranea. Tuttavia, un'analisi critica rivela una serie di cortocircuiti logici e distorsioni storiche che meritano di essere decodificati.
L'Illogicità del Determinismo Culturale e Religioso
L'affermazione secondo cui «la nostra civiltà prospera grazie alla fede» ed elementi agricoli specifici soffre di un'evidente fallacia di iper-semplificazione. La prosperità di una società o di una civiltà è un fenomeno complesso, frutto di scambi interculturali, innovazione scientifica, strutture giuridiche, diritti civili e dinamiche economiche. Attribuire lo sviluppo civico e sociale a un unico fattore identitario o religioso significa ignorare la storia.
L'olivo, la vite e il grano non sono un'esclusiva di una singola "fede" o identità nazionale, ma costituiscono la base agricola di tutto il bacino del Mediterraneo, condivisa storicamente da culture, religioni e popoli eccezionalmente diversi tra loro. Inoltre le società moderne prosperano e garantiscono il benessere dei propri cittadini non grazie all'adesione dogmatica a un credo, ma attraverso la promozione del pensiero critico, della ricerca scientifica e dello Stato di diritto laico.
Il confine sottile tra identitarismo e suprematismo
Quando l'appartenenza a una tradizione (religiosa, familiare o agricola) cessa di essere una scelta personale o un patrimonio culturale condiviso e diventa il parametro esclusivo per definire ciò che è "giusto" o "superiore", si varca il confine verso il suprematismo culturale.
La retorica che contrappone implicitamente "la nostra civiltà" (definita da criteri rigidi come la fede specifica o un modello unico di famiglia) a ciò che sta all'esterno genera una narrazione escludente. In questo schema:
- Si crea un ideale di purezza: Il mito della civiltà incontaminata che trae forza solo da radici specifiche e immutabili.
- Si nega la pluralità: L'idea di famiglia viene ristretta a un unico modello dogmatico, escludendo la molteplicità delle forme di affetto e convivenza della società contemporanea.
- Si strumentalizza la fede: La religione viene ridotta a uno strumento di distinzione politica e culturale ("noi" contro "gli altri"), perdendo il suo valore spirituale o universale.
L'uso di immagini rassicuranti e quotidiane — come la raccolta delle olive in famiglia — serve spesso a rendere accettabili e condivisibili messaggi ideologici complessi e potenzialmente divisivi. Riconoscere l'illogicità di tali narrazioni non significa sminuire l'importanza delle tradizioni locali o del legame con la terra, ma rifiutare che questi elementi vengano trasformati in armi ideologiche per definire la superiorità di un gruppo rispetto a un altro. La vera prosperità di una civiltà risiede nella sua capacità di aprirsi, di includere e di basare il proprio progresso sulla ragione, sul rispetto dei diritti umani e sulla complessità del reale.