Tra propaganda e Costituzione: quando la politica agita la clava dell’irresponsabilità collettiva


La Repubblica non è il Grande Fratello, dove tutto si decide al televoto. Eppure il dibattito pubblico italiano scivola sempre più spesso su un terreno in cui la ricerca del consenso calpesta i fondamenti dello Stato di diritto.
Emblematico è il recente post social della deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri, che lancia uno slogan a forte impatto populista: "Via i sussidi alle famiglie dei maranza che delinquono. Una proposta di buonsenso. Cosa ne pensate?".



Definire "di buonsenso" una misura di questo tipo significa, in realtà, sdoganare un principio giuridico ed etico estraneo a qualsiasi democrazia liberale: la responsabilità penale e civile estesa a terzi e la punizione mirata basata sull'appartenenza a un determinato gruppo sociale.

L’ombra dell’incostituzionalità: la fine della responsabilità personale
La proposta solleva gravissimi interrogativi sul piano costituzionale. Il nostro ordinamento giuridico si fonda su pilastri scolpiti nella Carta costituzionale, primo fra tutti l’articolo 27, che recita: "La responsabilità penale è personale". Estendere le sanzioni o la revoca di sussidi di sussistenza a un intero nucleo familiare a causa della condotta illecita di un singolo individuo significa reintrodurre forme di responsabilità oggettiva o collettiva che ricordano epoche buie e autoritarie.
Inoltre, confinare regole punitive o restrittive a un gruppo sociale specifico — identificato attraverso etichette gergali come i "maranza" — viola il principio di eguaglianza davanti alla legge (articolo 3 della Costituzione), che vieta discriminazioni basate su condizioni personali e sociali. Proporre al pubblico dei social network l’abolizione di fatto dei principi costituzionali in cambio di un facile applauso non è solo un esercizio di cattiva politica: è un’operazione profondamente irresponsabile che mina le fondamenta della convivenza civile.

Due pesi e due misure: la domanda che la politica evita
Di fronte a siffatte uscite, viene spontaneo rivolgere una domanda diretta alla stessa autrice della proposta e a chi la sostiene: se si invoca il principio della punizione estesa e della responsabilità di gruppo per le famiglie dei singoli trasgressori, la stessa severità dovrebbe valere per le istituzioni?
Chiediamo ad Alice Buonguerrieri: sarebbe favorevole a togliere lo stipendio o a sospendere tutti i politici che appartengono a partiti politici nelle cui file qualcuno viene arrestato o indagato per reati gravi? Se la colpa di un singolo membro dovesse ricadere sull'intero gruppo di appartenenza, il Parlamento e i partiti di governo dovrebbero essere i primi a subire questa scure. Ma è evidente come la logica della responsabilità collettiva venga invocata sempre e solo verso i soggetti più deboli o marginali, mentre si applica il garantismo più ferreo quando a finire nel mirino della giustizia sono i potenti di turno.

Ridurre la complessità della sicurezza sociale e della giustizia a slogan da tastiera significa svuotare di serietà le istituzioni. La legalità non si difende calpestando la Costituzione, e la giustizia non è uno strumento di vendetta sommaria da dare in pasto al "televoto" social.
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