L’instrumentum regni della velocità: quando la Formula 1 diventa un cliché da prima pagina


C’è una strana e compulsiva abitudine nel giornalismo d’opinione contemporaneo: prendere qualsiasi evento – fosse pure la vittoria di un Gran Premio di Formula 1 o la conquista di un titolo mondiale da parte di un ventenne – e spremerlo finché non rilascia qualche goccia utile alla polemica politica quotidiana. È il caso del tweet di Tommaso Cerno, che commenta lo straordinario trionfo iridato di Andrea Kimi Antonelli etichettandolo come "l'anti-maranza che ha conquistato il mondo: Kimi Antonelli, il modello che serve ai ragazzi di oggi".



Un cortocircuito semiotico e culturale che merita di essere smontato, a partire da una domanda tanto elementare quanto inevitabile: che c’entrano i "maranza" con la vittoria di un pilota di Formula 1?

Il riflesso condizionato della categoria-spauracchio
Nel vocabolario mediatico di certa destra (e di un certo moralismo borghese travestito da analisi sociale), la parola "maranza" è diventata il passe-partout retorico per indicare il degrado giovanile, la periferia sregolata, la subcultura da marciapiede, l’assenza di disciplina. Associarla – anche solo per sottrazione, come "anti-tutto ciò" – a un campione di automobilismo significa calare a forza una categoria securitaria e stigmatizzante dentro un contesto che non c'entra assolutamente nulla.
Kimi Antonelli non è l'antitesi di un fenomeno di costume giovanile: è semplicemente un ragazzo che a vent'anni, dopo anni di sacrifici sui kart, una gavetta feroce tra le serie minori e un talento fuori dal comune, si è inserito nell'élite di uno sport d'altissimo profilo tecnologico ed economico. Ridurre la sua impresa a un bollino di decoro sociale – il "bravo ragazzo" utile a dare una lezione morale alle nuove generazioni – significa svuotare il merito sportivo per ridurlo a mero strumento d'ordine pedagogico.

Kimi e l'anti-Cerno: il trionfo del merito contro la retorica del pulpito
E qui si apre il secondo fronte di riflessione, ben riassunto dall'interrogativo: chi ci dice che Kimi non sia l'anti-Cerno?
Da una parte c'è il giornalismo militante e salottiero, quello che cerca costantemente il capro espiatorio generazionale, che brandisce etichette sociologiche per dividere i giovani tra "buoni" (chi si conforma a un'idea di successo ordinato e rassicurante) e "cattivi" (chi urla, si veste male o popola le periferie). Un giornalismo che vive di dimostrazioni di servilismo ideologico verso il canone dominante, dove lo sport o la cultura non vengono raccontati per quello che sono, ma arruolati come truppe cammellate nella guerra culturale di turno.
Dall'altra parte c'è la pista. C'è il casco, la visiera abbassata, i millisecondi incollati all'asfalto, la gestione della pressione a duecento all’ora e la freddezza di chi entra nella leggenda della Formula 1 non per aver superato un esame di bon ton politico o per aver recitato la parte del "modello per i ragazzi", ma perché è andato più forte di tutti gli altri.
Antonelli si è conquistato il successo sul campo, centimetro dopo centimetro, affrontando una categoria spietata dove le chiacchiere da Twitter valgono meno di zero e a contare sono solo i dati della telemetria.

Svuotare lo sport per riempire il vuoto politico
Tentare di appuntare al petto di un giovane campione la medaglia del perfetto cittadino secondo i canoni della retorica conservatrice è un’operazione tanto stucchevole quanto irrispettosa nei confronti dello sport. I ragazzi non hanno bisogno di "modelli" imposti dai editorialisti per dimostrare di valere, né di etichette calate dall'alto per distinguere i "patrioti della domenica" dai "maranza".
Lasciamo che Kimi Antonelli si goda il suo mondiale e la sua straordinaria giovinezza senza caricarlo del peso di un manifesto politico che non gli appartiene. Perché l’unico vero "anti-Cerno", in fondo, è chi dimostra che il successo si costruisce con il talento e la fatica reale, e non riducendo la realtà a una vignetta ideologica buona per raccogliere qualche interazione social prima di pranzo.
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