La "cura" dell'omosessualità in epoca nazista


Nonostante ogni evidenza scientifica, alcuni prelati, cattolici e politici si ostinano a sostenere che l'omosessualità sia da considerare una "malattia" e che esistano fantomatici trattamenti in grado di "guarirla". Forse sarebbe il caso di ricordare loro che le loro affermazioni non paiono altro che un rigurgito delle aberrati teorie sulla razza ariana elaborate in epoca nazista.
Ai tempi, infatti, ogni atto omosessuale venne vietato attraverso il tristemente noto paragrafo 175 (rimasto in vigore per ben 24 anni dopo la fine della guerra) e lo stesso Himmler non mancò di definire l'omosessualità come una «malattia contagiosa» dato che i gay non avrebbero fornito giovani da arruolare fra le fila dell'esercito.
Esperimenti per la "cura" dell'omosessualità vennero condotti nel campo di concentramento di Buchenwald a partire dal luglio 1944. A condurli un medico danese delle SS di nome Carl Peter Vaernet, pronto a condurre esperimenti sugli esseri umani pur di sostenere che l'impianto di massicce dosi di testosterone sui deportati omosessuali li avrebbe resi eterosessuali.
Tracce storiche documentano almeno 17 interventi in cui alle cavie venne impiantata sottopelle una speciale "ghiandola artificiale" brevettata da Vaernet, con differenze nei diversi dosaggi di testosterone impiegati sui diversi soggetti. La quasi totalità di lor morì nelle settimane successive all'intervento.
Dettagli ancor più aberranti emergono da una lunga lettera di Vaernet inviata il 30 ottobre 1944 al comandante del servizio medico delle SS Grawitz, nella quale afferma: «Le operazioni a Weimar-Buchenwald sono state effettuate il 13 settembre 1944 su cinque prigionieri omosessuali. Di questi due sono stati castrati, uno sterilizzato e due non "trattati". A tutti è stata impiantata la "speciale ghiandola sessuale" maschile».
Eppure, nonostante ciò, il medico non mancava di sostenere la completa efficacia delle sue teorie sulla base dei risultati ottenuti sul prigioniero numero 21.686 (un teologo gay cinquantacinquenne), del quale scrisse: «La ferita causata dall'operazione è guarita e non c'è stata reazione alla ghiandola impiantata. La persona si sente bene e ha sogni riguardanti donne». Dopo la fine della guerra, quella "cavia umana" sopravvisse ma non rinnego mai la propria omosessualità.
L'8 dicembre 1944 vennero compiuti esperimenti su altri 13 internati, ma anche in questo caso la maggior parte morì a causa di complicazioni post-operatorie. Di loro non v'è traccia nei rapporti finali inviati ad Himmler il 10 febbraio, motivo per cui è facile ritenere che lo stesso Vaernet accettò il fallimento del suo esperimento.
Nel marzo del 1945, finita la guerra, scappò in Danimarca per poi arrestato il 5 maggio 1945. Le autorità danesi e britanniche non mancarono di interessarsi alle sue teorie ormonali di cura dell'omosessualità, motivo per cui pare che durante la prigionia collaborò con la compagnia farmaceutica anglo-americana Parke, Davis & Comp. Ltd., London & Detroit e con il colosso chimico americano DuPont interessate all'acquisto dei suoi brevetti.
Scarcerato nel novembre del 1945 per motivi di salute, fuggì in Argentina dove iniziò a lavorare presso il Ministero della sanità all'interno di progetti relativi alla "cura" dell'omosessualità. Anche suo foglio, il neurochirurgo Kjeld Vaernet, collaborò negli anni cinquanta con Walter Freeman ad una serie di cure ormonali per la cura dell'omosessualità (con circa 4.000 pazienti trattati) e successivamente studiò la possibilità di utilizzare la lobotomizzazione per i gay. Vaernet morì, impunito, il 25 novembre 1965.
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