Il Foglio parla di gay come se fossero animali, drogati ed interessati solo al sesso anonimo nei bagni


Il Foglio lo ha collocato nella sezione "cultura", ma nella realtà si ha l'impressione di essere dinnanzi ad un mero rantolo di pura ofobia. Nell'articolo Simonetta Sciandivasci racconta di aver partecipato al Circuit Festival, in Catalogna, e spiega con toni da documentario quali orribili bestie siano i gay.
Si inizia parlando del lido Be Gay, a Poblenou, dove dice di essersi ritrovata «circondata da uomini che amano gli uomini e donne che amano le donne», motivo per cui dice di essesi dedicata al «gaywatching» notando «che sulle spiagge omosessuali non esistono cellulite, panza, tette flosce, biancore, peli superflui, smagliature. Insomma, non esiste la natura». Racconra così di aver bevuto un «mojito a un prezzo irragionevole» e che è l'unica dato che:

mediamente, l'omosessuale del Circuit, prima dell'una di notte, beve solo frullati di aminoacidi e steroidi. Quello che deve succedere, dopotutto, succede dalle tre alle dieci del mattino, nei bagni del Razzmatazz, del Metro, dell'Arena

La sua idea è che i gay vivano per drogarsi e far sesso anonimo nei bagni, tant'è che aggiunge:

Là dentro, dove si arriva prima ancora di aver fatto un salto in pista o al bar, si consuma più droga che in tutta Bogotà. E nessuno ci resta secco. Nessuno, neanche quelli che mostrano, nei loro jockstrap erezioni perpetue e immotivate (ma sarà una cosa etero, questa di credere che l'erezione obbedisca alla meccanica causa-effetto: al Circuit, l'erezione è più che altro una posizione), ottenute con chissà quali cocktail di viagra e strisciate addosso a chiunque, come carezze o bancomat. Al Metro, dove ci sono una donna eterosessuale (la sottoscritta), due lesbiche e 987 maschi che amano i maschi, lo spazio abitabile tra un essere umano e l'altro è esattamente quello necessario ad accarezzarsi con l'inguine e il culo.

Dopo aver deriso un ragazzo che le ha rivolto parole, sostiene che «in una discoteca eterosessuale, con 38 gradi, ci sarebbe odore di corvo morto, di cimitero in estate, invece qua è tutto un Eau de Toilette di Narciso Rodriguez».
L'impressione è che l'articolo stia facendo di tutto per far passare i gay come una specia a parte, tant'è che ci si lancia anche nell'usare un gergo che sembra volto a definire delle razze così come farebbe Piero Angela in uno speciale sui felini: dice che il "cub" è «un ragazzetto peloso» e che i "bear" sono «quelli massicci e pelosi, i più misogini e settari di tutti». Parlando di loro; aggiunge infatti che:

hanno persino una bandiera con le strisce marrone, gialla e ocra -che corrispondo alle carnagioni che ammettono- e bianca, grigia e nera, che sono un tributo ai colori dei peli

Peccato che sia falso. Basterebbe consultare Wikipedia per sapere che quella bandiera è inclusiva verso tutti. L'enciclopedia ben spiega come:

I colori delle strisce più in alto sono ispirati al colore della pelle di persone di diverse etnie: neri, mulatti, asiatici, caucasici etc. I colori delle strisce basse sono quelli del "Pelo dell'orso", nero, grigio o bianco, a seconda dell'età. La bandiera ha un significato di apertura a tutte le etnie, a tutte le età e alla diversità nelle persone e nei gusti.

Il perché si sia voluto far passare per razzista un gruppo includivo non è chiaro, ma il messaggio che passa è che non c'è nulla di male a discriminare chi discrimina.

Parlando di un gay danese che le ha rivolto parola, non manca di sfotterlo: «Mi mostra una sua foto -dice- e mi sottopone una questione annosa: "Assomiglio o no a Clint Eastwood?". È gentile, sembra addirittura felice». Poco chiaro è perché ci si debba stupire se un ragazzo in vacanza sia felice.

Eppure pare che a lei dia molto fastidio che i presenti si preoccupino di lei, lamentando anche come:

un gruppo di americani mi prende a cuore e mi fa aria con un enorme ventaglio. Mi chiedono tutti, in continuazione, se sto bene, tanto che per liberarmene devo fingere un malore e andare in bagno, trentaquattro scalini sotto il livello della decenza, mille gradi sotto quello di ebollizione. Anche qui, nemmeno un miasma. Nemmeno un collasso. Nemmeno una molestia. L'amore vince anche sulla droga, tanto che a chiamarla così mi sento vecchia, animale morente, cara estinta, insomma eterosessuale.

Racconta di essere uscita dal locale e che:

Vedo uno che mi guarda e mi illumino di vittoria. Scopro poco dopo che fa marchette. Vorrei dirgli che sono lesbica e umiliarlo, ma evito, per fortuna (il giorno dopo scoprirò che la lesbica bear non esiste: ci sono al massimo i bear che vanno a letto esclusivamente con i bear, guadagnandosi per questo l'appellativo di lesbiche).

Ed ancora:

Incontro un calabrese che mi racconta la sua vita in otto secondi. Si offre di accompagnarmi, anche se non so dove - e nemmeno lui. Rifiuto. Mi odia. Salgo su un taxi e il tassista indossa una polo.
È il primo essere umano di sesso maschile che vedo a non vestire un gilet di pelle, carne tatuata, canotta. Mi sembra persino bello, ma so che è merito della polo, che mi mancava quasi quanto mi manca Marcello Mastroianni. Spero tanto che sia gentile. Spero tanto che mi faccia un baciamano, non mi chieda se sto bene, se voglio aprire il finestrino, se sono italiana, spagnola, raffreddata, in salute, felice, se mi sono divertita, se ho un lavoro. Invece, nulla. Vuole solo sapere dove abito. Vuole solo fare il suo mestiere, non ha voglia di fare anche l'uomo.

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