Benedetta Frigerio torna ad accanirsi su Alfie: «La morte celebrale è una bugia, serve solo al traffico d'organi»



Non è vero che Alfie Evans fosse morto cerebralmente, lo hanno ucciso i medici inglesi perché volevano vendere i suoi organi. È queste l'ennesima grave accusa che traspare dall'ennesimo sciacallaggio a firma dalla fondamentalista Benedetta Frigerio dalle pagine de La Nuova Bussola Quotidiana.

L'organizzazione di Toni Brandi ha subito rilanciato quelle tesi e, pubblicando ossessivamente le fotografie del minore quasi volessero stuprarne il corpicino, parla di «bugia della morte celebrale» o di inesistenti cure che giurano esistessero anche se tutti i medici convenivano sul contrario (anche quelli del loro amato ospedale vaticano che si era offerto di prolungarne l'agonia):

Durante la battaglia per proteggere la vita di Alfie Evans emerse lo scandalo degli organi che aveva travolto il sistema sanitario inglese. Un business permesso dalla definizione di morte cerbrale, coniata nel '68 prima del primo espianto, che ha mutato il concetto di dignità e di cura in peggio. A dimostrarlo sono i tanti pazienti che appena prima di essere privati dei supporti vitali e dei loro organi si sono risvegliati.

Se è opinabile che la loro crociata volesse «proteggere la vita» di chicchessia dato che la loro reale rivendicazione era il sostenere che un genitore deve poter scegliere anche contro l'interesse dei figli in virtù di come loro reputino la prole sia una proprietà privata che non deve godere di diritti civili individuali, aberrante è come possano giurare che Alfie si sarebbe potuto «risvegliare».

Sostenendo che il buon "cristiano" non dovrebbe mai donare i propri organi per salvare la vita di altri e ricamando attorno ad isolati casi di cronaca per spacciarli come una prassi, nel suo articolo la signora Benedetta Frigerio scrive:

il business miliardario dei trapianti (circa 32 miliardi nel 2017) fa quantomeno venire qualche dubbio, insieme alla vicenda emersa solo una settima dopo la morte di Alfie, di un 13enne dichiarato cerebralmente morto che si è risvegliato appena prima dell'espianto di organi. Il problema però non è solo economico, ma di una visione dell’uomo completamente mutata da quando la tecnica è stata avallata da tutti gli Stati grazie ad una commissione medica di Harvard che nel 1968, poco prima del primo trapianto, sancì che bastava l’elettroencefalogramma piatto e l’arresto delle funzioni respiratorie per giudicare un essere vivente morto, mentre prima era necessario l’arresto di tutte le funzioni vitali, compresa quella cardiocircolatoria.

Il riferimento ad Alfie Evans pare prettamente strumentale, dato che il bambino non ha donato alcun organo. Eppure la signora Frigerio insiste nel suo sostenere che i medici mentirebbero sullo stato di salute dei pazienti perché interessati a dare via i loro organi:

Ma non è questa la sola volta che un paziente si è svegliato appena prima della “donazione” dei suoi organi. Nel 2008 Zack Dunlap, allora 21enne, fu ricoverato dopo un incidente stradale presso il United Regional Healthcare System di Wichita Falls (Texas). Circa 36 ore dopo fu eseguita una Pet al cervello e altri esami che accertarono l’assenza di attività cerebrale. Il giovane fu dichiarato morto e siccome la sua patente di guida riportava la volontà di donare gli organi, la famiglia diede il permesso per l’espianto. Poco prima dell’operazione, però, una cugina provò a mettere una lama sulla pianta del piede del ragazzo, il giovane si mosse ma l’infermiera si affrettò a dire che si trattava di un movimento riflesso. La cugina continuò conficcando la lama sotto l’unghia del piede per cui il giovane si mosse di nuovo con stizza. Cinque giorni dopo Dunlap aprì gli occhi e dopo un mese e mezzo camminava: “Ho sentito i medici che mi dichiaravano morto…ringrazio i miei parenti che non hanno mollato”.

Per la sua "ricostruzione" ci troviamo dinnanzi ad una donna che è andata ripescare due singoli casi sparsi in dieci anni, chiara indicazione della volontà di generalizzare singoli episodi al fine di creare un falso caso. Il tutto per sentenziare:

Infine è chiaro che crescere con questa visione della morte, volenti o nolenti, tende ad influire sul modo di giudicare qualsiasi paziente, misurando la sua esistenza, e quindi la necessità di cure, a partire da quanto il suo cervello funziona o meno. E se in quel corpo, per malato che sia ma con il cuore battente, ci fosse ancora un’anima? Non sarebbe meritevole di ogni cura possibile?
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