Il martire col pizzo in tasca: la strana difesa di Simone Pillon


È quasi surreale assistere al leghista Simone Pillon che tenta di trasformare in un martire il poliziotto accusato non solo di chiedere il pizzo agli spacciatori -200 euro e 5 grammi di droga ogni giorno- ma persino di aver piazzato false prove sulla scena del crimine. Secondo l'esponente leghista, i magistrati sarebbero colpevoli di non "capire" le dinamiche della strada, quasi come se la corruzione e i reati commessi ai danni di cittadini stranieri fossero peccati veniali o, peggio, una forma di giustizia alternativa. Pillon sostiene questa tesi dall'alto del suo status, senza aver mai avuto bisogno di passare, come dice lui, "qualche anno in giro di notte per i parchi dello spaccio", eppure si sente in diritto di stabilire che l'empatia verso la divisa dovrebbe valere più del codice penale.



Suggerire che il valore della legge debba cambiare in base a chi è la vittima significa negare i principi base del diritto. Dal racconto edulcorato che ne fa Pillon, non emerge minimamente il profilo di un agente che prometteva protezione ai pusher e che avrebbe ucciso chi, forse, non voleva più sottostare alle sue estorsioni.

Non va meglio con i suoi sostenitori, che arrivano a invocare scioperi impossibili per legge, ignorando che gli agenti non possono incrociare le braccia, specialmente per solidarietà verso un collega accusato di gravi reati.



Siamo al paradosso: si vorrebbe che le sentenze si basassero sulla simpatia dei giudici e non sui fatti, mentre Pillon cerca di deviare l'attenzione dai problemi salariali del comparto —che dipendono dal Governo— scaricando la colpa sulla magistratura. Ma Pillon lo sa quanti magistrati sono morti per difendere la nostra democrazia? Criticare le sentenze è un diritto, ma lamentarsi perché un poliziotto non può commettere un omicidio, inscenando una finta legittima difesa e omettendo il soccorso, è uno spettacolo onestamente inquietante.
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