È morto Jason Collins, primo cestista NBA in attività a fare coming out


Jason Collins, che nel 2013 fu il primo giocatore NBA in attività a fare coming out pubblico, è morto a soli 47 anni dopo una battaglia contro un glioblastoma inoperabile. La notizia, diffusa dalla famiglia nella notte italiana, ha lasciato il mondo del basket e la comunità LGBTQIA+ in un silenzio attonito.

Nato nel 1978, Collins ha militato per 13 stagioni nella lega professionistica americana, vestendo le maglie di Nets, Grizzlies, Hawks, Celtics, Wizards e Nets di Brooklyn. Il ritiro è arrivato nel 2014, ma il suo lascito va oltre i canestri: quella copertina di Sports Illustrated aprì un dibattito storico sull'omosessualità nello sport USA, demolendo tabù in un ambiente machista. Invece di chiudere la carriera, quel coraggio gli valse un contratto con i Nets, proprio sotto la guida di Jason Kidd.
A fine 2025, via ESPN, Collins aveva annunciato la diagnosi di tumore al cervello, con una prognosi drastica: "Da 6 settimane a 3 mesi. Lo affronto come le mie prime volte: da pioniere. Ho sfidato Shaquille O'Neal al suo meglio, questa è la partita più dura". Con il marito Brunson Green – sposato nel 2025 – aveva provato terapie sperimentali a Singapore, mantenendo un ottimismo contagioso fino all'ultimo.

La famiglia lo saluta così: "Cuore spezzato per la scomparsa del nostro marito, figlio, fratello e zio. Ha ispirato milioni con la sua gentilezza e il suo impegno per l'inclusione". Adam Silver, commissario NBA, lo ricorda come "leader che ha reso lo sport più accogliente per le nuove generazioni, con un'umanità unica". Jason Kidd, ex coach e compagno, twitta: "Pioniere dal coraggio immenso. Un amico che mancherà a tutti".
Collins ha dedicato gli ultimi 12 anni a NBA Cares e organizzazioni per i diritti LGBTQIA+, trasformando la sua storia in un ponte per il futuro. In un'era di progressi fragili, la sua eredità resiste.
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