L'estetica queer svuotata della politica: il fenomeno del "Queerbaiting" commerciale

Negli ultimi anni la cultura pop, l'industria musicale, la moda e le serie televisive hanno subito un'apparente rivoluzione arcobaleno. Sfilate, videoclip e palinsesti dello streaming sono saturi di estetica queer, abiti fluidi, trucchi sgargianti e atteggiamenti che ammiccano apertamente alla fluidità di genere e all'affettività tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, dietro questa esplosione di visibilità commerciale si nasconde un fenomeno ambiguo e opportunista noto come queerbaiting: l'utilizzo di esche culturali legate alla comunità LGBTQIA+ per attirare il pubblico giovane e progressista, svuotando però quelle stesse icone di qualsiasi reale carica politica e rivoluzionaria.
L'estetica viene monetizzata con successo, mentre i corpi reali e le rivendicazioni storiche della comunità vengono lasciati fuori dalla porta.
Il profitto dell'ambiguità
Il meccanismo del queerbaiting si basa interamente sul non detto e sulla calcolata ambiguità. Cantanti pop ed idoli degli adolescenti adottano codici estetici storicamente nati come atti di resistenza politica — come il cross-dressing o il trucco maschile — ma si guardano bene dal prendere posizioni nette sui diritti civili o dal definire la propria identità, per non rischiare di alienarsi la fetta di pubblico più conservatrice o i grandi investitori.
Allo stesso modo, le sceneggiature delle serie tv introducono personaggi con una forte tensione omoaffettiva, senza mai far consumare o dichiarare quel legame all'interno della trama. Si crea così un'inclusione di facciata, una "quota di diversità" sicura e depurata da ogni elemento di disturbo per il mercato globale. La cultura queer viene ridotta a una semplice tendenza modaiola, un accessorio di tendenza da consumare rapidamente.
Riprendersi la sostanza oltre la forma
La visibilità priva di diritti e di rappresentanza reale non è progresso, ma sfruttamento economico. Quando l'industria dell'intrattenimento usa l'immaginario arcobaleno solo per generare profitti, vendere biglietti o aumentare le visualizzazioni, compie un atto di mercificazione che normalizza la forma ma nega la sostanza delle nostre esistenze.
Il movimento LGBTQIA+ non è nato per essere un trend estetico o una strategia di marketing per major discografiche. La nostra cultura è intrinsecamente politica, nata dalle rivolte, dal dolore e dalla necessità di scardinare l'eteronormatività. Rivendicare lo spazio pubblico significa pretendere storie concrete, corpi reali e prese di posizione autentiche, rifiutando di farsi ridurre a semplici consumatori di un'inclusione artificiale venduta al miglior offerente.