Controlli genetici per entrare in bagno? L'ipotesi grottesca dell'Idaho


Gli omofobi sono ossessionati dai bagani pubblici e divorati dal timore che persone transessuali possano urinare nei loro stessi bagni. Negli Usa di Donald Trump, i repubblicani hanno persino emanato leggi che impongono l'uso dei bagni pubblici sulla base del sesso biologico registrato alla nascita.
In Idaho, di fronte al giudice federale che ha chiesto come lo Stato intende controllare l’accesso ai bagni in base al sesso assegnato alla nascita, il Procuratore Generale Michael Zarian ha risposto con una soluzione degna di un romanzo distopico: “basteranno i test del DNA”.
La proposta, oltre a suonare grottesca, solleva problemi costituzionali e pratici che rendono l’idea più ridicola che realizzabile.

La legge contestata impone che nei locali pubblici e negli spogliatoi si entri solo nel bagno corrispondente al sesso alla nascita. Ma molti cittadini trans hanno documenti d’identità che riportano il genere con cui si riconoscono; quando gli avvocati dei ricorrenti hanno fatto notare questa discrepanza, il giudice Amanda Brailsford ha chiesto chiarimenti su come l’Idaho avrebbe applicato la norma nella vita reale. La risposta — “faremo i test del DNA” — ha aperto un capitolo di implicazioni inquietanti.

In primo luogo, il DNA non è una soluzione rapida: non si può “testare sul posto” una persona in un bagno pubblicamente e ottenere risposte immediate. Le analisi forensi richiedono raccolta, catena di custodia e laboratori, con tempi che nelle indagini penali si misurano in settimane o mesi. In secondo luogo, l’eventuale uso di test genetici come strumento di vigilanza solleva enormi questioni di privacy: quando e con quale livello di sospetto le autorità potranno prelevare campioni? Serve il consenso? Serve un mandato giudiziario? Esperti legali ricordano che, di norma, servirebbe un mandato e non è una pratica che si applica con leggerezza a chi va a lavarsi le mani prima di cena.

Kell Olson, avvocato di Lambda Legal e uomo transgender, ha spiegato chiaramente il problema quotidiano che la legge crea: l’atto di andare in un bagno diventa una scelta rischiosa. Se una persona trans entra nel bagno “di sempre” potrebbe essere accusata di violazione; se sceglie il bagno designato dalla legge potrebbe trovarsi esposta a molestie, denunce o persino interventi della polizia. Anche per persone cisgender si sono già verificati episodi di controllo e intimidazione, quando altri hanno assunto che non avessero diritto a trovarsi in un determinato bagno.

Queste misure non solo appaiono sproporzionate: si rivelano inefficaci e pericolose. Divieti simili, promossi in diversi Stati a maggioranza conservatrice, incoraggiano estranei a sorvegliare l’aspetto altrui, aumentando il rischio di conflitti e molestie. Pratiche come il suggerire di fotografare o filmare le persone nei bagni, o di esigere controlli fisici e genetici, non solo violano la dignità individuale ma mettono in crisi principi fondamentali di privacy e libertà personale.

Al di là del teatro della politica locale, resta un punto pratico: neppure la polizia più attrezzata può trasformare il test del DNA in uno strumento di polizia quotidiana per regolare l’accesso ai servizi igienici. Se la Corte distrettuale deciderà di sospendere l’applicazione della legge in attesa del ricorso, almeno per ora l’ipotesi di accogliere i moderni “nazionalisti del gabinetto” con kit di tamponi rimarrà confinata all’iperbole retorica.

L’episodio però fotografa qualcosa di più: una strategia politica che cerca di canalizzare paure e pregiudizi in norme punitive, mentre trascura le conseguenze pratiche e legali. Quando la politica incontra la genetica senza comprendere né l’una né l’altra, il risultato è più comico che efficace.
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