Istanbul Pride: la resistenza arcobaleno sotto l’assedio di Ankara

Da oltre un un decennio la Turchia vieta sistematicamente l'Istanbul Pride su richiesta di Recep Tayyip Erdoğan. Ed ogni anno quel divieto viene sfilato da attivisti che rivendicano il proprio diritto all'esistenza.
È questo il motivo per cui la polizia è solita procedere alla chiusura preventiva di aree nevralgiche come piazza Taksim e il quartiere di Kadıköy, imponendo anche forti limitazioni al trasporto pubblico. Eppure, piccoli gruppi di attivisti si sono dispersi tra le viuzze del centro, sfidando agenti in borghese e reparti antisommossa.
Il bilancio è pesante: circa cinquanta arresti, tra cui quello di Müberra Ünsal, giornalista dell'Unione dei Giornalisti Turchi. Il suo fermo, avvenuto nonostante l'esibizione del regolare tesserino stampa, ha sollevato un’ondata di indignazione, confermando come la libertà di informazione sia ormai un bersaglio tanto quanto la libertà di espressione di genere. L’Unione ha denunciato l’illegalità dell’intervento, ricordando che “il monitoraggio giornalistico è un requisito fondamentale della democrazia”.
Quello che si consuma a Istanbul non è un episodio isolato, ma parte di un mosaico di restrizioni sempre più asfissianti. La cronologia degli ultimi anni parla chiaro: da semplici cariche si è passati a schede di massa e denunce di torture. Il 2026 non fa eccezione, inserendo la Turchia al 47° posto su 49 nella Rainbow Map di ILGA-Europe, un gradino sopra Azerbaigian e Russia.
La stretta si è estesa anche al settore commerciale e turistico: pochi giorni prima del Pride, un noto bar gay della città è stato chiuso d'autorità dopo una campagna d'odio orchestrata da gruppi islamici, che hanno preso di mira persino una crociera a tema LGBTQ+ prevista per luglio, costringendone di fatto la cancellazione della tappa turca.
La persecuzione della comunità LGBTQIA+ si inserisce in un quadro politico dove l'autoritarismo di Erdoğan non conosce più filtri. Il governo sta lavorando da tempo a emendamenti legislativi che promettono di rendere il clima ancora più ostile, utilizzando la retorica dell'odio come strumento di consolidamento del consenso elettorale.