Vannacci contro Meloni: la folle gara a chi è più omofobo


In quel girone infernale che è l'Italia populista, la corsa a chi è "più a destra" sta toccando vette di surrealismo prima d'ora inesplorate. L'ultimo capitolo di questa saga vede come protagonista l'eurodeputato Roberto Vannacci, il quale ha preso di mira nientemeno che l'esecutivo guidato da Giorgia Meloni. L'accusa è quella di essere diventata una "destra fluida" che fa "la stessa politica della sinistra".



Il casus belli è un evento intitolato "Grafica Pride", una serata di arte, musica e inclusione organizzata dall'Istituto Centrale per la Grafica, un ente sussidiario del Ministero della Cultura guidato da un governo teoricamente sovranista. Per Vannacci, vedere il logo del Ministero accostato ai colori dell'arcobaleno e a tematiche queer è intollerabile, al punto da commentare con profondo sarcasmo che si sarebbe aspettato una simile iniziativa soltanto da un governo di sinistra estrema.

La genesi della polemica: il ruolo di Pro Vita & Famiglia
Dietro questa levata di scudi c'è la firma, ormai collaudata, delle associazioni ultra-conservatrici. La polemica è stata infatti sollevata in primis da Pro Vita & Famiglia Onlus, che da giorni tuona contro l'evento. Il portavoce dell'associazione, Jacopo Coghe, sta guidando una dura campagna mediatica urlando al "tradimento" degli elettori conservatori. La retorica utilizzata è la solita, incentrata sul rifiuto categorico di qualsiasi iniziativa pubblica che, secondo la loro visione, rischierebbe di istigare i bambini a una presunta "ideologia gender", sventolando lo spauracchio dell'indottrinamento per coprire una manifesta avversione all'inclusione.

Un posizionamento strategico e paradossale
L'attacco di Vannacci svela una strategia politica precisa, ma non priva di controsensi ideologici. Definire un ministero del governo Meloni come una succursale della "sinistra estrema" solo per il patrocinio a un evento culturale mostra quanto si sia spostato l'asse del dibattito verso estremismi grotteschi. Per capitalizzare il voto più radicale, l'eurodeputato si posiziona come l'unico "vero" baluardo della destra tradizionale, dipingendo la stessa Meloni come una leader debole o piegata al politicamente corretto. Reclamare uno spazio politico assicurando una linea ancora più rigida e intollerante rispetto a quella governativa diventa così un tratto distintivo, dove non si cerca la mediazione, ma la polarizzazione totale attraverso l'uso dell'omofobia come bandiera identitaria.

Mentre un ente pubblico cerca semplicemente di aprirsi alla contemporaneità e all'inclusione, in difesa dei più basilari diritti costituzionali delle minoranze, la galassia che va da Pro Vita a Vannacci utilizza questi eventi come esche politiche per accaparrarsi consensi. Il risultato è un cortocircuito in cui persino la destra di governo viene accusata di essere "fluida", in una gara al ribasso dove l'unica moneta corrente sembra essere lo scontro identitario e l'esclusione dell'altro.
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