Il paradosso di Vannacci: tra diritti-concessione e vittimismo strategico

Sarà che con l'omofobia si fanno soldi facili, ma i discorsi di Vannacci sono molto pericolosi. Il primo pilastro della retorica di Vannacci si fonda su una concezione profondamente distorta dell'uguaglianza. Sostenere che le persone omosessuali "non sono normali" e che dovrebbero accontentarsi delle libertà primarie già in loro possesso – come guidare un'auto o accedere alle cure ospedaliere – significa confondere la sopravvivenza biologica con la piena cittadinanza.
I diritti civili non sono privilegi che la maggioranza eterosessuale e bianca ha la facoltà di "concedere" o dosare a proprio piacimento. Questo approccio paternalistico serve a normalizzare l'esclusione, derubricando la richiesta di pari dignità sociale (come il matrimonio egualitario o le tutele contro le discriminazioni) a un "capriccio" ideologico.
Il vero capolavoro della propaganda di Vannacci risiede però nel ribaltamento dei ruoli, un "vittimismo strategico" che va oggi particolarmente di moda tra chi specula politicamente sull'intolleranza. In un recente post social, il generale lamenta di essere stato preso di mira al Roma Pride, dove la sua foto è stata attaccata a un sacco della spazzatura con la scritta "rifiuto tossico".

Vannacci utilizza questo episodio per gridare all'incoerenza dei movimenti LGBTQ+, sollevando il classico e fallimentare parallelismo: «Se lo avessi fatto io a parti inverse, mi avrebbero denunciato in 117 procure».
Qui casca l'asino, logico e politico. Equiparare la satira o la protesta dura contro un eurodeputato di potere alla discriminazione sistematica contro una minoranza storicamente oppressa è una falsa equivalenza.
Inoltre è evidente che il suo vittimismo performativo serva unicamente a polarizzare lo scontro. Più Vannacci si professa "perseguitato dal politicamente corretto", più cementifica il proprio elettorato e vende copie dei suoi libri.
Come da prassi consolidata, l'eurodeputato rigetta con fermezza l'etichetta di omofobo. Ipotizza che quei cattivoni dei "non normali" avrebbero probabilmente "accusato" di omofobia, dando per scontato che lui non lo sarebbe. È la strategia della provocazione ripulita: lanciare messaggi escludenti, travestirli da "buon senso" o "libertà di pensiero" e poi gridare alla censura quando il mondo civile reagisce.
Le sue cosiddette "passeggiate identitarie" si rivelano così per quello che sono: non manifestazioni di orgoglio culturale, ma sfilate costruite in opposizione a qualcuno, dove l'identità si nutre della reiezione dell'altro. Una narrazione tossica che l'opinione pubblica ha il dovere di decostruire, prima che diventi, purtroppo, la nuova normalità.