L’indottrinamento fantasma: quando la formazione diventa nemica della Lega


Il Consiglio Comunale di Milano ha approvato una delibera che introduce la formazione obbligatoria per il personale comunale, inclusa la Polizia Locale, su temi fondamentali cone il contrasto alle discriminazioni, la gestione delle situazioni di crisi e l'interazione con persone in condizione di fragilità.
Un atto di civiltà e di buona amministrazione, si direbbe. Eppure, la risposta della Lega – attraverso il capogruppo Alessandro Verri – è stata una levata di scudi che grida all’“indottrinamento”. Una reazione che merita di essere analizzata, poiché rivela un cortocircuito logico e politico preoccupante.

La paura della competenza
Definire “indottrinamento” l'insegnamento di tecniche di de-escalation o la sensibilizzazione contro i pregiudizi impliciti significa, di fatto, rifiutare il concetto stesso di professionalizzazione.
In qualsiasi settore, la formazione continua è considerata un valore aggiunto. Un medico si aggiorna sulle nuove tecnologie, un ingegnere sulle nuove normative. Perché, allora, per le forze dell’ordine, l’acquisizione di strumenti per gestire le diversità — che siano di orientamento sessuale, identità di genere o salute mentale — dovrebbe essere vissuta come un’offesa?
La risposta dei rappresentanti leghisti, e di alcuni sindacati, suggerisce una visione distorta della divisa: l’idea che l’autorità sia incompatibile con la sensibilità, o che riconoscere la complessità del tessuto sociale milanese sia una “debolezza” invece che una competenza necessaria per chi deve garantire la sicurezza di tutti i cittadini, nessuno escluso.

Il mito dell’indottrinamento come scudo politico
Quando la Lega parla di “rieducazione” o di “ideologia”, sta compiendo un’operazione di pura propaganda. Incolpare il Partito Democratico di voler “rieducare” gli agenti perché “potenzialmente razzisti, misogini o omofobi” è un salto logico che ignora la realtà: la formazione non è un giudizio morale sul singolo, ma una tutela per l’istituzione.
Un agente che sa come approcciarsi correttamente a una persona transgender o a una persona in crisi psichica è un agente che lavora meglio, che corre meno rischi e che protegge l’immagine del corpo di polizia che rappresenta. Chi si oppone a questo, non sta difendendo la professionalità degli agenti, ma sta difendendo un conservatorismo cieco che teme il confronto con il cambiamento della società.

Una provocazione che scade nel ridicolo
Il picco di questa retorica è stato raggiunto con la citazione, da parte di un rappresentante sindacale, dei “tacchi a spillo” come alternativa al taser. Una battuta che non solo è di cattivo gusto, ma che svilisce la serietà del dibattito. Ridurre la complessità dei diritti civili e della formazione professionale a una caricatura grottesca dimostra quanto sia difficile, per una certa destra, affrontare i temi del rispetto e dell'inclusione senza ricorrere alla derisione.

Il Comune di Milano ha fatto un passo avanti verso un’amministrazione più moderna, preparata e inclusiva. La Lega, scegliendo la barricata del “no” ideologico, ha perso un’occasione per dimostrare di avere a cuore la qualità del servizio pubblico.
In fondo loro celebrano chi uccide i fuggitivi al posto di arrestari, chi oara al posto di dialogare e chi aggredisce anziché arginare...
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