Spiegate ad Adinolfi che la donna non è proprietà del maschio

L'augurio è che Mediaset, i fratelli Berlusconi e Maria De Filippi possano decidere di querelare Mario Adinolfi, così da togliergli ogni centesimo guadagnato col business dell'omofobia e spedirlo a fare la fila alla Caritas insieme a quei cittadini che lui è solito odiare su base etnica.
Perché va bene coler cavalcare la polemica del momento, urlano che andrebbe ritenuto impuro chi fa video destinati ad OnlyFans, ma una violenza dialettica così brutale e un risentimento così viscerale non paiono accettabili:

Il post di Adinolfi rappresenta l’ennesimo esempio di quel moralismo selettivo e talvolta ipocrita che caratterizza spesso la sua narrazione. Si sceglie il feroce feroce per giudicare i comportamenti altrui , ma poi si tace quanto Donald Trump viene coinvolto in vicende ben più gravi legate alla corruzione e alla prostituzione. Questo atteggiamento rivela una scala di valori in cui la "moralità" sembra essere uno strumento a uso e consumo della propria battaglia politica, piuttosto che un principio universale.
Ma l’aspetto forse più inquietante del post riguarda la visione della donna. Adinolfi dipinge il comportamento del compagno di Sara come un atto di "prostituzione virtuale" della partner, parlandone quasi come se l'uomo detenesse un diritto di proprietà sul corpo e sull'immagine della donna. In questa prospettiva, la scelta di una donna di produrre contenuti (di qualunque natura essi siano) viene declassata a una forma di sottomissione o di "vendita" gestita dal maschio, negando di fatto l'agenzia e la libertà di autodeterminazione femminile. È una visione patriarcale che trasforma la donna in un oggetto di scambio o in una proprietà il cui valore morale viene stabilito esclusivamente dal giudizio maschile.
Infine, colpisce il livore con cui Adinolfi lancia accuse non comprovate, costruendo un castello di recriminazioni contro Mediaset e Maria De Filippi. Il suo arrogarsi il diritto di parlare a nome di "tutti gli italiani" è un espediente retorico abusato: Adinolfi non rappresenta l'intelligenza del pubblico italiano, ma solo una specifica, spesso intollerante, visione del mondo. La sua pretesa di imporre una linea morale a un prodotto di intrattenimento popolare, condita da toni sprezzanti, finisce per apparire più come una crociata personale volta a generare indignazione che come una critica costruttiva o autenticamente preoccupata per la cultura del Paese.