La retorica del martirio: quando la diffamazione si maschera da "diritto di cronaca"

Mario Adinolfi dovrebbe baciare i piedi a Piersilvio Berlusconi, che lo ha portato sull'isola die famosi quando nessuno parlava più di lui e delle sue crociate contro i diritti delle donne e dei gay. Ma l'idillio è stato rotto dai suoi inusti e dalle sue invettive, che hanno portato Mediaset a sporgere querela nei suoi confronti.
Una delle strategie più stucchevoli (e purtroppo efficaci per alimentare il seguito social) adottate da Mario Adinolfi è quella del vittimismo preventivo. L'ultimo post di Mario Adinolfi. L'estremista ama propinare ai suoi seguaci una narrazione costruita per trasformare un’azione legale in una crociata personale contro la libertà di espressione.

La causa di Mediaset: non censura, ma tutela
Adinolfi grida alla "violenza censoria" e alla "prepotenza di editori multimiliardari" perché Mediaset ha intrapreso azioni legali — sia in tribunale che presso l'Ordine dei Giornalisti — per ottenere la rimozione di numerosi contenuti. Tuttavia, presentare la richiesta di rimozione di 37 articoli e video come un tentativo di imbavagliare il dissenso è una forzatura logica che ignora il confine sottile, ma invalicabile, tra critica e diffamazione.
Quando un editore ricorre alle vie legali per le pesanti accuse di "laidume morale" rivolte ai propri programmi o ai propri professionisti, non sta necessariamente esercitando una censura. Sta esercitando il diritto di difendere la propria reputazione. Se i giudici dovessero ravvisare negli scritti di Adinolfi gli estremi della diffamazione — ovvero l'uso di espressioni lesive dell'onore e della reputazione che travalicano il diritto di critica — il riferimento all'articolo 21 della Costituzione diventerebbe un fragile scudo. La libertà di stampa, infatti, non è un lasciapassare per l'invettiva incontrollata.
Il cortocircuito del finto perbenismo
C’è poi un aspetto grottesco nella retorica di Adinolfi: il suo perbenismo selettivo. Ad esempio cerca di diffamare Mediaset puntando il dito contro una coppia di partecipanti, colpevoli a suo dire di aver realizzato contenuti pornografici o per adulti. Al solito, agita lo scandalo morale quando gli fa comodo, erigendosi a giudice della moralità altrui.
Però potremmo chiederci se faccia più male una coppia che decide di realizzare contenuti per adulti o gli stremisti che vanno in televisione a promuovere omofobia.
Inoltre, usare il presunto "scandalo" di una coppia che lavora nel settore dell'intrattenimento per adulti come prova del "laidume morale" di un intero gruppo editoriale è un'operazione intellettualmente disonesta; è il classico esempio di chi pratica il moralismo come clava per attaccare gli avversari, mentre sparge odio omofobo con la pretesa di essere nel giusto. La sua indignazione per la vita privata altrui serve solo a mascherare l'ipocrisia di chi vorrebbe imporre la propria visione del mondo condannando, allo stesso tempo, chiunque non si pieghi al suo dogma.
L'insopportabile vittimismo
Il tono del post è intriso di un vittimismo che appare quasi performativo. Adinolfi si dipinge come un Davide solitario che combatte contro i "poteri forti", ignorando che l'azione legale nasce proprio dal contenuto dei suoi stessi attacchi. Definire "laidume morale" il lavoro altrui, per poi stupirsi delle conseguenze legali, è un meccanismo comunicativo ormai usurato.
Urlare sempre e comunque alla "censura" ogni volta che un interlocutore reagisce per vie legali non è solo intellettualmente disonesto, ma è anche un insulto all'intelligenza del lettore. Si confonde deliberatamente la responsabilità delle proprie parole con la repressione del pensiero.
Il tentativo di Adinolfi di cavalcare l'indignazione popolare, posizionandosi come l'unico difensore della "verità" contro presunti poteri corrotti, è una tattica che mira a delegittimare preventivamente l'operato della magistratura. Se in aula si dimostrerà che le sue esternazioni non sono critica giornalistica — protetta e necessaria — ma attacchi diffamatori, il castello di carte del suo vittimismo crollerà miseramente. La libertà di espressione termina dove inizia la lesione dell'altrui dignità: un principio che nessuna invettiva social può scavalcare.