Il muro di Montecitorio

I politici godono di privilegi assoluti, che includono la possibilità di ostacolare l'autorità giudiziaria che intende investigare su presunti illeciti.
L'ennesima dimostrazione che marchese del Grillo non ha mai lasciato la scena italiana parrebbe giungere della Camera dei Deputati, che ha deciso di negare alla Procura di Roma l'accesso alle chat intercorse tra il deputato di Fratelli d'Italia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia.
Caroccia è al centro di un'indagine con pesanti ombre e contestazioni con sfumature di criminalità organizzata.
Dietro la formula giuridica dell'insindacabilità e della tutela delle prerogative costituzionali si consuma, ancora una volta, una prova di forza corporativa che finisce per indebolire, anziché proteggere, il principio fondamentale dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Formalmente, il voto della Giunta prima e dell'Aula di Montecitorio poi si muove nel perimetro degli strumenti istituzionali concessi dal Parlamento per difendere la propria autonomia da indebite interferenze della magistratura. Tuttavia, nel merito politico e civile della vicenda, l'utilizzo di questo scudo appare profondamente distorsivo.
Non siamo di fronte a un'indagine persecutoria o a un tentativo di limitare la libertà di opinione di un parlamentare per le idee espresse nell'esercizio delle sue funzioni. Si tratta, al contrario, dell'acquisizione di flussi di comunicazione digitale ritenuti dagli inquirenti necessari per chiarire i contorni di un'inchiesta complessa, nella quale il nome di Delmastro emerge non come imputato principale, ma come snodo di relazioni da verificare con trasparenza.
Opporre il muro istituzionale del "rimaniamo fuori" a un'autorità giudiziaria che chiede di esaminare dati e messaggi significa confondere le prerogative democratiche — nate per salvaguardare il libero esercizio del mandato parlamentare contro i condizionamenti esterni — con un privilegio d'immunità personale.
Ciò che rende politicamente urticante il rifiuto sulle chat di Delmastro è la palese contraddizione narrativa della classe dirigente. Da un lato, si sbandiera la legalità come vessillo identitario, richiamando con retorica istituzionale i simboli e i martiri della lotta alle mafie. Dall'altro, quando l'inchiesta lambisce, anche solo indirettamente, i circuiti relazionali di un esponente di primo piano della maggioranza, la cooperazione con la giustizia si interrompe bruscamente, cedendo il passo alla difesa a testuggine.
Questo doppio standard produce una ferita profonda nella fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Se la politica rivendica il monopolio della morale, dovrebbe essere la prima a invocare la massima trasparenza, specie quando in gioco ci sono zone d'ombra che intersecano mondi opachi e contesti criminali. Blindare le conversazioni, sottrarle all'analisi degli investigatori e liquidare il tutto come una "macchina del fango" non cancella i dubbi: li alimenta esponenzialmente.