Le strumentalizzazioni del pastore evangelico

Nel dibattito pubblico contemporaneo, l'uso delle immagini e dei simboli storici viene troppo spesso piegato a logiche di polarizzazione, calpestando la coerenza logica e la decenza intellettuale. Un esempio lampante di questa deriva si osserva nell'uscita social del pastore evangelico Luigi Carollo, il quale ha pubblicato un post in cui dichiara di stare "sempre dalla parte delle forze dell'ordine", abbinando la frase a una delle immagini più strazianti della storia repubblicana italiana: il corpo senza vita del capo della mobile di Palermo Ninni Cassarà, ucciso da Cosa Nostra il 6 agosto 1985, con la moglie Laura riversa sulle scale.

La strumentalizzazione è evidente e profondamente disonesta. Accostare la difesa acritica e generalizzata di un'intera categoria professionale alla memoria sacra di un servitore dello Stato caduto nella lotta alla mafia significa compiere un cortocircuito argomentativo inaccettabile. Si tratta di una tattica retorica volta a blindare ogni critica puntuale, dipingendo chiunque sollevi dubbi su abusi o condotte illecite come un nemico delle istituzioni in blocco.
Il cortocircuito della fedeltà incondizionata
Affermare di stare "sempre" e "a prescindere" dalla parte di una categoria, senza distinguere tra chi onora la divisa e chi la calpesta, porta a paradossi logici insostenibili. Se la regola aurea è l'allineamento cieco all'operato di chi veste una divisa, allora si dovrebbe coerentemente giustificare o sminuire qualunque devianza.
Ma la realtà dei fatti dimostra il contrario: criticare gli errori, i comportamenti illeciti o gli abusi di potere non significa affatto delegittimare il lavoro quotidiano di migliaia di operatori onesti che rischiano la vita per la sicurezza collettiva. Voler far credere che ogni critica mossa a singoli individui o a condotte specifiche si traduca in un attacco pregiudiziale contro lo Stato è un'operazione di manipolazione mediatica deprecabile.
Usare la memoria per evitare il merito
Sfruttare una ferita profonda della storia italiana – come l'omicidio mafioso di Ninni Cassarà – per blindare il dibattito pubblico su questioni di attualità e responsabilità rappresenta una scorciatoia inaccettabile. La memoria delle vittime di mafia merita rispetto e verità, non di essere trasformata in uno scudo politico da brandire sui social network per silenziare il dissenso e impedire un confronto serio sulla legalità, sulla trasparenza e sulla giustizia.