Oltre la retorica dell'emergenza

Il post pubblicato sull'account X del quotidiano La Verità offre l'ennesimo saggio di una retorica securitaria e identitaria ben rodata. Al centro dell'intervento di Silvana De Mari c'è una tesi netta quanto abusata: l'Occidente sarebbe "cieco" e vittima di un "cortocircuito culturale" di fronte al terrorismo di matrice islamica, bloccato da una presunta "tolleranza cieca" alimentata dalla sinistra politica e da frange della Chiesa cattolica.

Un'analisi critica di questo impianto discorsivo rivela tuttavia una serie di cortocircuiti logici, generalizzazioni ideologiche e strumentalizzazioni che meritano di essere smontati punto per punto.
La semplificazione del "pazzo isolato" e la demonizzazione dell'alterità
Il primo snodo argomentativo del post respinge la categoria del "pazzo isolato" per ricondurre ogni episodio di violenza a una matrice "politico-religiosa" radicata nei precetti islamici. Questa lettura opera una pericolosa riduzione essenzialista: equipara la complessità di un fenomeno globale, frammentato e multifattoriale come il terrorismo — che affonda spesso le radici in dinamiche geopolitiche, marginalizzazione sociale, radicalizzazione carceraria e disagio individuale — a un blocco monolitico e immutabile.
Negare la specificità dei singoli contesti o la compresenza di fattori psicologici e sociali significa piegare la cronaca a una narrazione ideologica predefinita, il cui obiettivo non è comprendere il fenomeno per affrontarlo, ma utilizzarlo per confermare un bias di scontro di civiltà.
Il capro espiatorio politico: la "sinistra allo sbaraglio"
Nel passaggio in cui De Mari punta il dito contro «una sinistra allo sbaraglio che considera l'immigrato un essere privo di responsabilità morale», emerge il classico meccanismo della polarizzazione politica. L'argomento ribalta la realtà accusando l'avversario politico di negare la responsabilità morale del migrante, riducendo di fatto il dibattito sull'integrazione a una caricatura manichea.
Si ignora deliberatamente che la gestione dei flussi e la sicurezza pubblica sono terreni complessi, affrontati con politiche di sicurezza stringenti e cooperazione internazionale, e non riducibili a un'ingenua "accoglienza sconsiderata". Inoltre, attribuire all'Occidente l'esclusiva tendenza a "colpevolizzarsi" serve a blindare ogni critica interna, dipingendo il dissenso democratico o la riflessione sociologica come forme di debolezza o tradimento culturale.
Il coinvolgimento della Chiesa e la strumentalizzazione del dramma dei cristiani
Un aspetto particolarmente insidioso del discorso riguarda l'accusa mossa ai «vertici della Chiesa» di aver «smarrito la propria missione» per inseguire l'accoglienza, dimenticando le persecuzioni dei cristiani nel mondo.
Questo argomento sfrutta un tema reale e drammatico — la persecuzione delle minoranze cristiane in diverse aree del pianeta — per trasformarlo in un'arma polemica contro il Papa e la linea ecclesiale dell'apertura e del dialogo interreligioso. Mettere in contrapposizione la solidarietà verso i migranti e la difesa dei cristiani perseguitati costituisce un falso dilemma: la dottrina sociale della Chiesa e il magistero contemporaneo non solo condannano con forza ogni persecuzione anti-cristiana, ma inseriscono il dovere dell'accoglienza e della fraternità umana in un quadro evangelico coerente, che non cancella la giustizia ma la fonda sulla dignità della persona.
La narrazione proposta da Silvana De Mari non offre strumenti conoscitivi utili per decifrare le sfide del nostro tempo. Sostituire l'analisi sociologica e geopolitica con lo spettro di un Occidente assediato da nemici esterni e interni tradisce un bisogno di rassicurazione identitaria attraverso il nemico.
La vera cecità non risiede nel dialogo o nel rispetto dei diritti umani, ma nel rifiuto di riconoscere la complessità del mondo contemporaneo, preferendo rifugiarsi in un catastrofismo utile alla mobilitazione politica ma sterile per la costruzione di una convivenza civile sicura e plurale.