La crociata di Susanna Ceccardi contro l’hijab e i corsi anti-islamofobia


Il dibattito politico italiano e internazionale ha trovato nell’uso dei simboli religiosi e culturali un terreno fertile per la polarizzazione. L'ultimo affondo in ordine di tempo arriva da un post social dell'europarlamentare Susanna Ceccardi, che si scaglia contro il finanziamento pubblico nel Regno Unito di un corso anti-islamofobia.
Al centro delle sue polemiche c'è l’affermazione secondo cui «la Vergine Maria portava l'hijab», definita dall'esponente politica come una "follia" e uno spreco di denaro dei contribuenti.



Un’analisi critica del post e della narrazione politica che vi sta dietro mette in luce evidenti contraddizioni, cortocircuiti storici e un uso strumentale della figura sacra a fini identitari.

1. Il doppio standard sulla rappresentazione storica della Madonna
Il primo e più macroscopico cortocircuito riguarda la pretesa di difendere "l'autenticità" o la tradizione iconografica cristiana. Nel post di Ceccardi, e nell'immagine coordinata che lo accompagna, la Vergine Maria viene raffigurata secondo i canoni della tradizione occidentale: pelle chiara, tratti somatici europei e abiti idealizzati della pittura classica.
Eppure, storicamente e geograficamente, la figura di Maria di Nazareth appartiene al Medio Oriente del I secolo. Storici e teologi concordano sul fatto che una donna ebrea palestinese dell'epoca avesse tratti somatici mediorientali e coprisse il capo con un velo per consuetudine culturale e religiosa del tempo, un indumento che per foggia e funzione condivide molte similitudini con l'hijab o con i tradizionali veli mediorientali.
Accettare acriticamente e pretendere come "dogma" la rappresentazione occidentale e caucasica di Maria — che è un evidente prodotto culturale ed estetico europeo di secoli successivi — per poi gridare allo scandalo quando si evidenzia la radice mediorientale e il capo coperto della madre di Gesù, rivela un clamoroso doppio standard. La tradizione è tollerata e difesa solo se rassicurante e conforme all'immaginario nazional-identitario; viene invece bollata come "follia" se usata per decostruire i pregiudizi e favorire il dialogo interreligioso.

2. L'ingerenza sulla sovranità e sull'autonomia altrui
Un secondo aspetto paradossale della polemica risiede nel bersaglio scelto. Ceccardi si indigna perché il National Lottery Community Fund britannico ha destinato 35.000 sterline a un corso formativo.
Viene spontaneo chiedersi con quale diritto si pretenda di sindacare l'uso dei fondi pubblici o privati di un altro Stato sovrano. Da parte di una classe politica che fa spesso della sovranità nazionale e della difesa dei confini il proprio mantra, suona singolare (e ipocrita) pretendere di dettare l'agenda o criticare le scelte di spesa sociale, educativa e culturale del Regno Unito. I contribuenti inglesi e le loro istituzioni democratiche sono pienamente liberi di decidere come investire le proprie risorse — che siano fondi della lotteria o tasse — per promuovere la coesione sociale e contrastare l'odio.

3. La strumentalizzazione identitaria del sacro
Il cuore della questione, al di là della polemica contingente sui fondi, è la riduzione della religione a clava politica. La madre di Gesù viene costantemente decontestualizzata dalla sua dimensione spirituale universale e trasformata in un totem identitario da brandire contro il diverso, contro il mondo islamico e contro chiunque promuova politiche di tolleranza e inclusione.
Ridurre un'iniziativa educativa mirata a combattere l'islamofobia a un attacco alla cristianità è una mossa retorica utile a infiammare la base elettorale, ma profondamente cinica. Sfruttare la figura della Vergine Maria per alimentare il rancore e la contraffazione culturale non fa che acuire le divisioni, svuotando di senso autentico il messaggio di pace e accoglienza che quel simbolo religioso dovrebbe incarnare.
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