La fabbrica del pregiudizio: quando la dignità umana viene ridotta a "moda" da salotto


Negli ultimi anniz il dibattito pubblico sui diritti civili e sull'identità di genere ha dovuto fare i conti con un impoverimento costante del linguaggio politico. L'ultimo e lampante esempio arriva da un post pubblicato da Simone Pillon, che sceglie la via della banalizzazione becera per colpire la comunità LGBTQ+ e le famiglie arcobaleno, riducendo l'orientamento sessuale e l'identità di genere a un semplice accessorio di tendenza.



Dalla dignità umana alla svalutazione populista
Nel suo intervento social, Pillon apre con una ricostruzione distorta e offensiva della storia recente di Hollywood, arrivando a scrivere che "Negli anni '90 a Hollywood era trendy avere il figlio gaio" e che nel decennio successivo "faceva figo avere i figli adottati nel terzo mondo, meglio se un pò scuri".
L'uso di termini come "gaio" (utilizzato spesso con una sfumatura di derisione sbeffeggiante) e l'espressione sprezzante "di quelli che poi rifiutano il cognome del padre" svelano immediatamente la natura denigratoria del testo. Ridurre l'adozione internazionale e la ricerca di inclusione a una mera operazione di vanità radical-chic significa calpestare la complessità e il vissuto di migliaia di persone, trasformando il dolore, l'affetto e l'identità in una sfilata di mode effimere.

L'attacco transfobico e la strumentalizzazione dei minori
Il clou del messaggio tocca toni ancora più bassi quando l'ex senatore sposta il mirino sulla contemporaneità: "Ora va di moda avere il figlio trans". Per avvalorare questa tesi priva di qualsiasi fondamento scientifico o sociologico, Pillon si lancia in un giudizio arbitrario e inopportuno su una foto che ritrae l'attrice Naomi Watts accanto alla figli, che lui chiama al maschile al solo fine di offenderla: "Peraltro - a giudicare dagli occhi -non mi sembra affatto felice, nonostante mamma Naomi Watts lo ostenti tutta sorridente...".

Questo passaggio racchiude in sé una doppia violenza. Spacciare la transessualità o la varianza di genere per una moda passeggera è un tentativo grossolano di delegittimare un percorso di autoconsapevolezza spesso doloroso e complesso. Inoltre, pretendere di poter diagnosticare lo stato d'animo di una persona scrutandone lo sguardo in una singola fotografia rubata a un evento pubblico dimostra un cinismo comunicativo spregiudicato.

Un linguaggio che alimenta l'odio
Il tono generale non è semplicemente conservatore o critico nei confronti del mondo dello spettacolo: è profondamente offensivo e denigratorio. Etichettare i legami familiari come capricci modaioli e sminuire le identità trans e omosessuali serve un unico scopo politico: deumanizzare l'avversario e alimentare il pregiudizio nel proprio elettorato di riferimento.
Invece di offrire un contributo serio sui temi dell'educazione, della genitorialità o del benessere psicologico dei giovani, la retorica di Pillon sceglie la scorciatoia del dileggio, confermando quanto la cultura dell'intolleranza abbia bisogno di falsare la realtà per sopravvivere. Ridurre la dignità umana a tendenza da copertina non è solo cattivo giornalismo politico: è un atto di bullismo istituzionale travestito da opinione.
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