Nostalgia di Mosca: il ritorno di Salvini e l'ombra di Vannacci

A Milano, il ministro dei trasporti Matteo Salvini ha ricevuto i rappresentanti di GIM Unimpresa, ossia dell'associazione che riunisce le aziende italiane attive in Russia. Sotto la bandiera della tutela economica e della difesa dei posti di lavoro, il segretario della Lega è tornato a percorrere un terreno a lui congeniale: la critica aperta alle sanzioni occidentali, l'auspicio di una ripresa dei rapporti commerciali e la riapertura dei canali di comunicazione con i media di Stato russi, come TASS e Vesti.
La retorica del danno economico e la geopolitica di facciata
La narrazione proposta da Salvini poggia su un argomento di forte presa populista: il costo delle sanzioni per il tessuto produttivo nazionale. Sostenere che le restrizioni danneggino le circa 300 imprese italiane rimaste sul territorio russo significa intercettare un disagio reale ma parziale. Tuttavia, derubricare l'invasione dell'Ucraina a semplice ostacolo burocratico e insistere sul blocco dell'invio di armi (contrapponendosi alla linea atlantista tradizionalmente difesa da Palazzo Chigi) tradisce un'impostazione politica che continua a minimizzare la gravità della violazione del diritto internazionale.
La richiesta di riallacciare i legami commerciali, energetici, sportivi e culturali una volta terminato il conflitto ignora la complessità di un ordine globale profondamente mutato, in cui la dipendenza energetica da Mosca si è rivelata una pericolosa arma di ricatto geopolitico.
La competizione interna e la pressione di Futuro Nazionale
A pesare su questa riapertura a favore di Mosca non vi è soltanto una coerenza ideologica di lungo corso, ma una calcolata mossa di sopravvivenza politica interna. La concorrenza feroce esercitata da Roberto Vannacci e dal suo movimento Futuro Nazionale spinge la Lega a radicalizzare le proprie posizioni. Il timore di perdere terreno a destra, in un elettorato tradizionalmente scettico nei confronti dei vincoli europei e atlantici, spinge Salvini a strizzare l'occhio alle istanze più apertamente filorusse, erodendo dall'interno quella facciata di moderazione che il governo italiano ha faticosamente cercato di mantenere a Bruxelles.
In questo scenario, la tutela del Made in Russia rischia di trasformarsi nell'ennesimo cavallo di troia per una propaganda domestica che anteppone il posizionamento elettorale di breve periodo agli interessi strategici e di sicurezza a lungo termine del Paese.