Uniformi e anacronismi


Mentre Giorgia Meloni si fa chiamare "signore" per non urtare la sensibilità dei misogini, il ministro Piantedosi pretende che le poliziotte siano costrette ad indossare una gonna.
A protestare è il SILP CGIL,c he presso la Corte di Giustizia Europea ha messo a nudo un paradosso tutto italiano: la pretesa di normare il corpo e l'immagine delle donne in divisa attraverso criteri che profumano di naftalina. Al centro del dibattito c'è l'obbligo, ancora vigente in determinati contesti formali e di rappresentanza, di imporre la gonna al personale femminile della Polizia di Stato, unito al cortocircuito burocratico legato al divieto di tatuaggi.

La forma e la sostanza: il cortocircuito della rappresentanza
Il punto sollevato dal sindacato non è meramente stilistico, ma tocca il cuore dell'organizzazione moderna del lavoro e dei diritti fondamentali. Da tempo le operatrici indossano regolarmente i pantaloni nei servizi operativi e di strada – dove la praticità e la sicurezza impongono funzionalità – ma l'asticella si irrigidisce non appena si parla di cerimonie, giuramenti o eventi di rappresentanza.

“La gonna non può diventare un ostacolo all'accesso alla professione o alla dignità lavorativa.”
Pretese di questo tipo tradiscono una visione gerarchica e antiquata dell'istituzione, in cui l'autorevolezza non viene misurata sulla competenza o sulla qualità del servizio reso alla cittadinanza, ma sulla conformità a canoni estetici di stampo patriarcale. Pretendere che una poliziotta indossi la gonna in nome di una presunta "tradizione" significa confondere il decoro istituzionale con l'imposizione di un dress code di genere anacronistico.

L'ombra dell'Europa e il nodo dei concorsi
La questione ha assunto una rilevanza sovranazionale grazie al caso seguito dall'Avvocata generale della Corte Ue, Tamara Ćapeta. Il combinato disposto tra il divieto rigido di tatuaggi visibili e l'obbligo della gonna crea una discriminazione di genere evidente e inaccettabile.
  • La disparità di trattamento: Un candidato di sesso maschile con un tatuaggio analogo può spesso superare il vaglio concorsuale o coprire il segno con la divisa ordinaria; una donna, vincolata all'obbligo della gonna nelle cerimonie, si vede sbarrata la strada.
  • L'asimmetria della prassi: Una volta superato l'ingresso, molti tatuaggi considerati "incompatibili" in sede di concorso vengono ampiamente tollerati nella quotidianità operativa.
Ciò dimostra l'arbitrarietà di norme nate in contesti normativi risalenti ai primi anni Ottanta (come i D.P.R. 737 e 782 del 1981 e del 1985) e mai veramente sintonizzati con l'evoluzione sociale del Paese.

Verso una Polizia contemporanea
L'autorevolezza di una forza di polizia non risiede nella rigidità di un orlo o nella riproposizione di consuetudini prive di utilità funzionale. Adeguare i regolamenti interni ai principi di parità, non discriminazione e proporzionalità non significa indebolire l'istituzione, bensì renderla finalmente adulta.
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