Il sessusmo di Pillon


L'uso del linguaggio non è mai neutrale, e la comunicazione politica sui social ne offre una dimostrazione quotidiana. Nel suo recente post su X, l'ex senatore Simone Pillon torna ad attaccare le rivendicazioni sui diritti delle donne prendendo di mira Silvia Salis, vicepresidente vicaria del CONI, colpevole di aver celebrato la scelta di dare il proprio cognome al figlio come una «rivoluzione culturale» e non un semplice dettaglio amministrativo.



Il registro linguistico: sminuire attraverso la forma
Il post si apre con un'articolazione stilistica ben precisa: «La Silvia Salis fa un ragionamento degno dell'altra Salis...». L'anteposizione dell'articolo determinativo al nome proprio di donna – un costrutto regionale che nel dibattito pubblico e mediatico assume spesso una sfumatura paternalistica e sminuente – serve immediatamente a ridimensionare l'interlocutrice. A questo si aggiunge l'associazione polemica con «l'altra Salis» (Ilaria Salis), una tecnica retorica volta a creare un unico bersaglio ideologico.

La fallacia logica sulla trasmissione del cognome
Nel merito della questione, Pillon sostiene che trasmettere il cognome materno sia un'illusione, poiché anche quel cognome deriverebbe pur sempre da «generazioni di maschi» (padre, nonno, bisnonno).

Tuttavia, questo ragionamento trascura un elemento centrale della riforma giuridica e culturale sul doppio cognome e sul cognome materno:
  1. Il punto di rottura storico: Qualsiasi cambiamento culturale deve necessariamente partire da un punto zero nel presente. Pretendere che un cognome debba avere un'origine "esclusivamente femminile" per secoli per poter essere considerato materno oggi significa ignorare la storia del diritto di famiglia, che per generazioni ha imposto per legge unicamente la linea paterna.

  2. Il valore della scelta: La vera «rivoluzione culturale» citata da Silvia Salis non risiede nell'etimologia remota del cognome, ma nel diritto di scelta e nel riconoscimento della madre come figura giuridicamente e socialmente pari al padre nella trasmissione dell'identità familiare.

  3. L'autonomia dell'identità: Considerare il cognome di una donna come "il cognome di suo padre" svaluta l'identità della donna stessa, riducendola a mero veicolo di una linea maschile anziché a un individuo con una propria dignità e storia.

Il trionfalismo sul patriarcato

Il passaggio chiave dell'invettiva si chiude con un tono sbeffeggiante: «Cara Silvia, il patriarcato vi perseguita...», accompagnato dalla grafica che definisce la vicenda come «la rivincita del patriarcato» con tanto di emoji con gli occhiali da sole.
Rivendicare con compiacimento le strutture patriarcali del passato per confutare un progresso del presente rivela una contraddizione di fondo: da un lato si tenta di negare l'esistenza o la rilevanza del patriarcato nel dibattito odierno, dall'altro lo si evoca come un dogma insuperabile da cui le donne non potrebbero mai affrancarsi.

La scelta di dare il cognome materno ai figli – resa finalmente possibile anche in Italia grazie a uno storico pronunciamento della Corte Costituzionale – rappresenta un passo avanti verso la parità genitoriale. Ridurre questo traguardo a un corto circuito logico con intenti denigratori dimostra quanto la strada per un dibattito maturo sui diritti e sulla parità di genere sia ancora lunga.
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