Perché il diritto di sciopero non è un capriccio per il weekend lungo

Il pastore evangelico Luigi Carollo è sempre pronto a scagliare la prina pietra. Oggi si lamenta di chi manufesta contro la sua amatissima destra, tuonando contro un presunto «disagio di oggi [che] non ha precedenti». Poi scivola rapidamente nella stucchevole retorica anti-sindacale («Non è che per caso aspirate a un weekend lungo? Vi ricordiamo che, in caso di sciopero, non si viene nemmeno retribuiti»).
Ridurre il disagio dei lavoratori della scuola e il diritto costituzionale allo sciopero a un capriccio per allungare il fine settimana denota una scarsa comprensione — o peggio, una volontaria mistificazione — delle reali motivazioni economiche e strutturali che spingono il personale scolastico a mobilitarsi.

Il passaggio più critico del post si sposta poi sulle manifestazioni di piazza, accomunando il caro vita, i blocchi stradali e i roghi simbolici di bandiere e foto istituzionali. Carollo si chiede polemicamente: «Ma perché non andate direttamente a Roma? Magari sotto Palazzo Chigi?», suggerendo che quella sia l'unica sede legittima per far sentire la propria voce.
Questa visione ignora colpevolmente la realtà fattuale e la cronaca recente. Dimentica, o finge di ignorare, che i manifestanti che tentano di far arrivare le proprie istanze direttamente nei luoghi istituzionali di potere o nei pressi dei palazzi governativi si scontrano regolarmente non solo con barriere burocratiche, ma troppo spesso con cariche di alleggerimento e manganelli da parte delle forze dell'ordine. Invocare la protesta "composta" a Roma ignorando la repressione e le tensioni reali a cui il dissenso viene sottoposto è un esercizio di retorica vuota.

La deriva verbale e la demonizzazione del dissenso
Ciò che rende il testo particolarmente grave, tuttavia, è il clima di intolleranza che alimenta. Etichettare sprezzantemente chi scende in piazza o esprime posizioni difformi dalla propria come "perdenti" o "disagiati" fuori controllo tradisce un'insofferenza viscerale verso la democrazia partecipata.
Quando si sceglie la via dell'insulto mascherato e della delegittimazione sistematica dell'avversario politico o sociale, a fallire non è solo il dialogo, ma l'idea stessa di una comunità civile. La piazza, con tutte le sue contraddizioni e le sue tensioni, resta il termometro della salute democratica di un Paese: zittirla o ridicolizzarla con toni sprezzanti non fa che acuire quel reale disagio che si finge di voler combattere.


Leggi l'articolo completo su Gayburg
Ed ancora:
Decostruire i moralismi a senso unico per difendere la libertà altrui
Tra la zucca colorata e il "pericolo occulto": l’eterna crociata di Carollo contro Halloween
Tra tabù e moralismo: la narrazione della "purezza" che riduce la sessualità a uno scambio
Il post di Luigi Carollo e la pericolosa deriva contro lo Stato di diritto
Retorica dell'odio e cortocircuiti identitari: un'analisi critica del post di Luigi Carollo
Luigi Carollo e l'uso politico del Vangelo: i confini della fede cristiana