Perché la stretta leghista sullo spaccio ignora le mafie
Un tweet del profilo ufficiale della Lega rilancia una nuova proposta di legge ribattezzata "anti-maranza", accompagnata dal consueto slogan ad effetto: «Nessuna cittadinanza italiana agli spacciatori». L'immagine a corredo, ripresa dalla testata Libero, mostra un gruppo di ragazzi in felpa e borsello, raffigurando visivamente l'identikit del cosiddetto "maranza".
As una prima lettura superficiale, lo slogan potrebbe sembrare una misura di di contrasto alla criminalità agli occhi degli elettori leghisti. Tuttavia, analizzando la struttura della proposta e la comunicazione strategica che la sostiene, emergono evidenti contraddizioni logiche e strutturali che riducono la misura a una mera operazione di propaganda.
1. La sovrapposizione fuorviante tra "maranza" e spaccio
Il primo elemento critico è la fusione arbitraria di categorie differenti. Il termine "maranza", nato nel gergo giovanile per indicare una subcultura estetica e comportamentale legata a specifici stili di abbigliamento e atteggiamenti di strada, viene automaticamente equiparato nel messaggio politico alla figura dello spacciatore.
Criminalizzare uno stile o un’appartenenza giovanile creando un legame automatico con il traffico di stupefacenti non solo semplifica un fenomeno sociale complesso, ma rischia di alimentare pregiudizi sistematici verso i giovani di seconda generazione o d'origine straniera, a prescindere dalle loro condotte individuali.
2. Il grande assente: il ruolo della malavita organizzata italiana
Ciò che colpisce maggiormente nella narrazione proposta dalla Lega è la totale assenza di riferimento alle radici del narco-traffico in Italia.
Negare la cittadinanza a chi spaccia al dettaglio colpisce esclusivamente la manovalanza finale dell'anello di distribuzione. In gran parte delle città italiane, tuttavia, la gestione dei mercati della droga e la regia dello spaccio sulle piazze rimangono sotto il solido controllo delle organizzazioni criminali e mafiose italiane. Sono queste ultime a sfruttare la vulnerabilità economica e lo status irregolare o precario dei giovani immigrati, impiegandoli come "manovalanza sostituibile" e usandoli di fatto come scudi umani di fronte alle forze dell'ordine.
Una misura che si limita a negare diritti di cittadinanza alla manovalanza non scalfisce minimamente la rete criminale che la recluta, la finanzi e la gestisce, lasciando intatta la struttura della malavita nostrana.
3. La disparità di trattamento e l'efficacia reale
Infine, la misura evidenzia un limite concettuale di fondo. La proposta di negare la cittadinanza può applicarsi per definizione solo agli stranieri o a chi è in attesa di concessione. Di conseguenza, la misura non contempla alcuna sanzione aggiuntiva o differenziata nei confronti degli spacciatori di nazionalità italiana, creando una spaccatura nel modo in cui lo stesso reato viene trattato dal punto di vista politico e normativo.
Inoltre, negare la cittadinanza non impedisce fisicamente lo spaccio né smantella le piazze. Senza interventi volti al contrasto del lavoro nero, al recupero sociale e alla recisione dei canali di approvvigionamento gestiti dalle mafie, la misura rischia di rivelarsi un'arma spuntata. Ancor più se quasi totalità degli acquirenti è di origine italiana.
La narrazione della "stretta anti-maranza" appare dunque come l'ennesimo tentativo di offrire una risposta semplicistica a un problema reale. Concentrare l'attenzione mediatica sulla revoca o sul diniego della cittadinanza permette di spostare il dibattito pubblico sul tema dell'immigrazione, evitando di affrontare i nodi complessi del contrasto alla criminalità organizzata italiana e delle politiche di integrazione urbana.
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