Quando la crociata social perde la bussola: Luigi Carollo, le zucche e l'elogio dell'insulto

Ogni anno, puntuale come la caduta delle foglie autunnali, si rinnova il rito mediatico del pastore evangelico Luigi Carollo contro la festa di Halloween. Armato di post social, proclami e toni da crociata moderna, Carollo non perde occasione per ergersi a censore di costumi, feste pagane e di tutto ciò che non rientra nel suo rigido perimetro ideologico.
Ciò che più preoccupa, tuttavia, non è più il merito della sua sterile polemica contro una zucca intagliata o il divertimento dei bambini, quanto piuttosto il metodo e il clima che alimenta nei commenti.

Nel suo ultimo intervento pubblico, Carollo ha dichiarato senza filtri: «Fino a che respiro sarò la tortura del: politicamente corretto, feste pagane, ideologie». Al di là della retorica enfatica, ciò che emerge con preoccupante chiarezza è la rivendicazione esplicita del proprio desiderio di impedire agli altri di poter pensare, agire o vivere diversamente da lui.
Non si tratta più soltanto di esprimere una legittima convinzione religiosa o personale, ma di trasformare il dissenso in una dichiarata volontà di "tortura" culturale e sociale nei confronti di chi non si allinea alla sua visione del mondo.

Il vero punto di rottura, tuttavia, si consuma nella gestione della community. Come ormai d'aussueto copione, Carollo ha cercato di aizzarci contro i suoi follower. Ma un commento in particolare supera ampiamente i confini del civile confronto, sfociando in un terreno legalmente scivoloso.

Un'affermazione grave, che definisce apertamente gli autori di Gayburg come "il diavolo", configurando un quadro che appare chiaramente come un'ipotesi di diffamazione aggravata a mezzo internet. Ma la cosa più grave non è tanto l'uscita scomposta della seguace, quanto la reazione di Luigi Carollo, che anziché prendere le distanze da toni così diffamatori e offensivi, suggella il commento con una sfilza di emoji di applausi.

Applaudire chi definisce "il diavolo" chi la pensa diversamente significa avallare una narrazione pericolosa, basata sulla delegittimazione totale dell'avversario ridotto a entità malefica da combattere.
Se la libertà di culto e di opinione tutela il diritto di Carollo di credere che Halloween rappresenti un pericolo, la stessa libertà non può e non deve diventare uno scudo per legittimare l'odio, la gogna mediatica e la diffamazione tollerata, se non addirittura compiaciuta, nei commenti. La crociata contro le zucche, alla fine, lascia spazio a una sola amara certezza: a uscirne calpestata non è la festa pagana, ma il rispetto elementare delle persone.

Un altro aspetto emblematico di questo clima emerge chiaramente da un ulteriore commento comparso sotto lo stesso post, a dimostrazione di una dinamica ben più ampia:

​L'utilizzo della "Verità" con l'iniziale maiuscola non è un dettaglio linguistico casuale, ma la spia di un fenomeno culturale e psicologico pericoloso: la convinzione fideistica di detenere il monopolio assoluto del bene e del giusto. In questa logica manichea, chiunque esprima un'opinione difforme — che si tratti di festeggiare Halloween o di esercitare il diritto di cronaca e critica — non è semplicemente un interlocutore con cui confrontarsi, ma un "ignorante" inconsapevole che finisce, suo malgrado, per fare da cassa di risonanza alla loro verità rivelata.
​È la pericolosa deriva fondamentalista di chi trasforma il proprio credo in un dogma universale e indiscutibile, dal quale deriva automaticamente la delegittimazione di qualsiasi forma di pluralismo. Quando il dissenso viene liquidato come semplice cecità di fronte alla "Verità", il dialogo civile si spegne definitivamente, lasciando spazio unicamente al dogmatismo e alla totale intolleranza verso l'altro.

Non mancano neppure elogi ad insulti gratuiti, in un atteggiamento ben poco cristiano:

Probabilmente, anche le offese di Niccoli potrebbero configurare un reato di diffamazione aggravata. Eppure il pastore parrebbe incoraggiarli nella loro condotta, quasi non lo preoccupasse gestire una pagina in cui l'insulto è preferto al confronto.


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