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51 stati islamici impediscono alle ONG LGBT di poter partecipare al meeting dell'ONU sull'AIDS

Un gruppo di 51 Stati islamici è riuscito a bloccare l'attesa partecipazione delle undici organizzazioni lgbt che avrebbero dovuto prendere parte ad ad una riunione ad alto livello con cui le Nazioni Unite avrebbero dovuto cercare di individuare una strategia per contrastare la diffusione dell'Aids. La decisione ha scatenato le proteste degli Stati Uniti, del Canada e dell'Unione Europea.
Il capofila dell'operazione di censura è l'Egitto, il quale ha scritto ai presidenti dei 193 membri dell'Assemblea generale a nome dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica. La sua richiesta era quella di opporsi alla partecipazione degli undici gruppi, peraltro senza neppure fornire alcuna ragione. Tra gli stati che hanno prontamente accolto quella richiesta troviamo l'Arabia Saudita, l'Iran, l'Indonesia, il Sudan e l'Uganda.
«Siamo profondamente preoccupati che ad ogni trattativa per un nuovo raduno dell'Assemblea Generale, la questione sulla partecipazione delle ONG sia messa in discussione e venga ogni volta riesaminata», ha dichiarato l'ambasciatrice statunitense Samantha Power. «Il movimento per bloccare la partecipazione delle ONG per ragioni spurie o nascosti sta diventando epidemia che danneggia gravemente la credibilità delle Nazioni Unite».

Alcuni stati, guidati da Bielorussia, Egitto e Qatar, hanno anche fondato un gruppo interno alle Nazioni Unite dal nome "Friends of the Family". L'obiettivo è la promozione dell'omofobia, così come dimostrato anche dalla loro scelta di attendere la Giornata internazionale contro l'omofobia per organizzare la mostra fotografica "Uniting Nations for a Family Friendly World" volta a sostenere che la famiglia eterosessuale sia l'unica meritevole di diritti e di rispetto.


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