La condanna a Silvana De Mari ha riguardato solo il suo dire che «il movimento lgbt sta diffondendo la pedofilia»



Nonostante tutte le bestialità e le cattiverie che la signora Silvana De Mari ha defecato contro i gay, nelle motivazioni della sua sentenza di condanna si è fatto passare per «libertà di pensiero» e per «un diritto costituzionalmente garantito» persino il suo affermare che «l'omosessualità è un disturbo, è contro natura».
Ai giudici sono andate bene tutte le ingiurie che la signora ha sbraitato durante una sua intervista a "La Zanzara" su Radio 24, condannando esclusivamente il suo aver scritto sul proprio blog che «il movimento Lgbt vuole annientare la libertà di opinione e sta diffondendo sempre di più la pedofilia».
Solo quello. La giudice Melania Eugenia Cafiero scrive che «la lesione dell'altrui reputazione, intesa come sentimento della considerazione personale nella comunità, deve riguardare un soggetto giuridico individuato. Il diretto destinatario dell'offesa deve potersi dedurre con ragionevole certezza». Ed è indicando ai fondamentalisti cattolici come poter promuovere odio senza correre rischi di doverne rispondere, afferma anche che «non è dunque il pensiero a essere processato ma la sua offensività al bene giuridico protetto in sede penale». Ed è così che, tra le frasi portate a processo, solo quella era rivolta a un soggetto collettivo identificabile dato che «nessuna delle dichiarazioni contiene neppure l'espressione "gli omosessuali" o "i gay" e quindi individua come destinatario un gruppo o una eventuale categoria, pur generica e fluida».
Insomma, uno schifo, aggravato da come la signora abbia già pubblicamente dichiarato che, con l'aiuto del suo Gianfranco Amato, cercherà di essere ancora più feroce e violenta nel promuovere cieco odio contro quel gruppo social e che lei non tollera possa essere lasciato libero di vivere la propria vita.

In uno stato in cui non esistono leggi che possano proteggere  gay dell'odio e in cui la presidenza del consiglio dei ministri si permette di patrocinare una convention integralista di persone che hanno tentato di introdurre la pena di morte per i gay in Uganda, non è stato possibile ottenere nulla di più. E se giustizia non è stata fatta, gli avvocati della parte lesa si dicono comunque soddisfatti: «La sentenza afferma in modo pieno la volontà diffamatoria di quanto affermato contro le organizzazioni per i diritti Lgbt e contro i loro aderenti. Inoltre le associazioni costituite parte civile sono individuate quali persone offese dal reato, quali soggetti a cui è riferibile il movimento Lgbt. Non possiamo che dirci soddisfatti».
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