Francesco Borgonovo vuole dare lezioni di cristianesimo al Papa

C'è una costante nel dibattito pubblico della destra sovranista: l'utilizzo strumentale della dottrina cattolica per giustificare politiche di chiusura e respingimento. L'ultimo esempio lampante ci viene offerto da Francesco Borgonovo che, in un articolo ripreso via social da Francesca Totolo, si lancia in un'arrampicata retorica tesa a dare nientemeno che "lezioni di cristianesimo" a Papa Francesco, arrivando a teorizzare un presunto avallo teologico alla cosiddetta "remigrazione".

Nel pezzo intitolato "Il diritto a non migrare è cristiano, il business dell'accoglienza no", Borgonovo prende spunto da alcune dichiarazioni del Pontefice per piegarle al proprio paradigma ideologico. Il fulcro del suo discorso si poggia sul concetto del "diritto a non migrare", una formula che la destra sovranista evoca ciclicamente per svuotare di significato l'obbligo morale e cristiano dell'accoglienza. Secondo la tesi populista, insistere sul fatto che le persone debbano poter vivere dignitosamente nella propria terra d'origine (concetto in sé condivisibile e spesso ribadito dalla Chiesa) diventerebbe una giustificazione per respingere chi, quella terra, è stato comunque costretto a lasciarla. Borgonovo accusa la sinistra di "tirare per la tonaca il Papa" e dipinge l'accoglienza non come un dovere umanitario e spirituale, ma esclusivamente come un "business", una "macchina di morte" e una "mercanteggia" gestita da presunte industrie globali.
L'errore logico e teologico di questa impostazione salta subito all'occhio se si analizza il messaggio evangelico e il magistero papale nella loro interezza. Nella dottrina sociale della Chiesa, il "diritto a non emigrare" significa impegnarsi a livello internazionale affinché nei Paesi di origine vi siano pace, giustizia e sviluppo. Per il populismo di destra, invece, questo principio si trasforma nel cinico pretesto del confinamento forzato, imponendo alle persone di rimanere anche in mezzo alla guerra in nome di una presunta interpretazione cristiana. Questo approccio rappresenta un vero e proprio ribaltamento della parabola del Buon Samaritano, dove l'attenzione si sposta dal soccorso al ferito alla colpevolizzazione del suo essersi messo in viaggio.
Allo stesso modo, utilizzare le parole del Papa per strizzare l'occhio a concetti radicali e identitari come la "remigrazione" —ovvero il rimpatrio forzato o fortemente incentivato delle popolazioni migranti— costituisce un'operazione di profonda disonestà intellettuale. Il Pontefice ha sempre condannato con fermezza la "globalizzazione dell'indifferenza" e i respingimenti, posizioni che cozzano frontalmente con l'agenda politica difesa da Borgonovo. Infine, liquidare l'intera rete della solidarietà e del soccorso in mare come un'industria puramente speculativa serve esclusivamente a criminalizzare l'empatia. Se esistono frange che speculano, esse vanno chiaramente punite, ma usare il "business" come scusa universale per girarsi dall'altra parte di fronte alle tragedie nel Mediterraneo è l'esatto opposto di qualsiasi principio cristiano.
Ciò che Borgonovo e la Totolo fingono di non comprendere è che il razzismo politico moderno non si esprime più soltanto attraverso vecchie categorie biologiche, ma si traveste da "difesa delle identità" e, paradossalmente, da tutela dei valori cristiani. Si crea così un cristianesimo di facciata, fatto di simboli esibiti nei comizi ma svuotato del suo nucleo fondamentale: la carità, l'accoglienza dello straniero e la difesa degli ultimi. Tentare di spiegare al Papa cosa sia davvero cristiano, brandendo il Vangelo come un'arma di esclusione anziché di inclusione, è l'atto finale di un populismo culturale che ha perso la bussola della realtà. La Chiesa di Roma, con buona pace dei teorici della "lotta all'invasione", continuerà a ricordare che il valore della vita umana e la dignità della persona non dipendono mai dal lato del confine in cui si è nati.