L'inclusione non è un sacrilegio


Nel dibattito pubblico contemporaneo, che cavalca la polemica populista del momento, il confine tra la difesa della dottrina e la totale mancanza di empatia si fa spesso pericolosamente sottile. Un esempio lampante ci arriva da un recente post social di Costanza Miriano, in cui l'autrice si scaglia contro un militante LGBT colpevole, a suo dire, di aver "ridicolizzato" l'eucarestia durante una celebrazione presieduta dall'Arcivescovo di Milano.



Al di là dell'episodio specifico — legato a un gioco di parole grafico ("Ah-men" inteso come "Ah, gli uomini") — ciò che colpisce del discorso di Miriano è l'impianto ideologico sottostante, che liquida con sconcertante freddezza le sofferenze delle persone omosessuali all'interno della comunità ecclesiale.
L'incipit del post è una netta dichiarazione d'intenti: "La storiella del povero omosessuale che soffre perché giudicato non regge proprio più".
Definire "storiella" il vissuto di discriminazione, isolamento e sofferenza psicologica che migliaia di persone LGBT sperimentano ogni giorno —spesso proprio a causa di giudizi severi interni alle proprie famiglie o comunità religiose— significa operare una gravissima mistificazione della realtà. La discriminazione e l'omofobia non sono espedienti narrativi o strategie di marketing politico; sono ferite reali, documentate e dolorose. Liquidarle come un cliché non più credibile è un atto di profonda insensibilità umana, prima ancora che cristiana.

Il cuore della critica di Miriano si sposta poi su come, secondo lei, un credente omosessuale dovrebbe accostarsi ai sacramenti. L'autrice suggerisce una preghiera ideale in cui il fedele dovrebbe chiedere aiuto per "non abbandonarsi a relazioni intrinsecamente disordinate".
In questo passaggio emerge una visione rigida e unidimensionale, che riduce l'intera esistenza e spiritualità di una persona alla sua sfera sessuale, etichettandola a priori come un errore da correggere. Si ignora deliberatamente che la fede è un cammino personale di accoglienza, e che la Chiesa stessa, sotto la guida di Papa Francesco, sta faticosamente cercando di tracciare percorsi di maggiore inclusione e pastorale per le persone LGBT, riconoscendo la dignità di ogni individuo a prescindere dal proprio orientamento.

Miriano accusa i militanti di voler "cambiare il Catechismo" attraverso provocazioni che mancano di rispetto a ciò che vi è di più sacro. Se è pur vero che la satira o i giochi di parole sui simboli religiosi possono urtare la sensibilità degli integrati, è altrettanto vero che l'arroccamento identitario produce l'effetto opposto a quello desiderato.
Invece di comprendere il contesto di una rivendicazione o di aprire un canale di dialogo, si preferisce agitare lo spauracchio del "sacrilegio" per silenziare qualsiasi richiesta di ascolto.

La vera sfida per la Chiesa del XXI secolo non è difendere le mura di una fortezza dottrinale escludente, ma saper abitare il confine, mostrando quel volto accogliente e misericordioso che è il nucleo autentico del Vangelo. Post come quello della Miriano non fanno altro che allontanare le persone, creando steccati laddove si dovrebbero gettare ponti. La sofferenza di chi si sente giudicato ed escluso non è una "storiella": è un grido d'aiuto che merita rispetto, non cinismo.
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