L’ossessione arcobaleno e il cortocircuito della destra

C’è un cortocircuito logico e politico che agita costantemente il sonno della destra ultra-conservatrice italiana: l’idea che qualsiasi espressione di pluralismo, inclusione o banale visibilità dei diritti LGBTQIA+ sia il frutto di un oscuro complotto, una sorta di "infiltrazione" da estirpare. L'ultimo esempio di questa sindrome da assedio ci arriva direttamente dai canali social dell'ex senatore leghista Simone Pillon.

Al centro della polemica c’è il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, reo –secondo la teoria di Provita Onlus– di aver "finanziato il Grafica Pride a Fontana di Trevi". Un'accusa che Pillon sposa entusiastamente, collegandola con una linea retta (e decisamente forzata) alla passata e brevissima nomina di Francesco Spano a capo di Gabinetto.
La strategia del nemico interno
Il post di Pillon è un capolavoro di retorica del sospetto. Chiedere che il Governo Meloni "chiarisca" per un'illuminazione o un evento culturale a Fontana di Trevi significa non soltanto ignorare le normali dinamiche di promozione turistica e culturale di una Capitale europea, ma soprattutto lanciare un segnale politico ben preciso.
La strategia è chiara: colpire chi, all'interno dello stesso perimetro della destra di governo, si mostra minimamente pragmatico o istituzionale. Personaggi come Jacopo Coghe e lo stesso Pillon sembrano voler imporre una linea di condotta rigidissima, quasi a pretendere che una premier come Giorgia Meloni debba rendere conto a loro, e alle loro frange radicali, su cosa sia "accettabile" e cosa no. È la pretesa di fare da guardiani ideologici della nazione, imponendo un veto morale persino sulle scelte estetiche o culturali dei ministeri.
Un moralismo che scade nel paradosso
L'ironia di fondo è lampante. Parliamo di esponenti politici e associazioni che spesso beneficiano, direttamente o indirettamente, di patrocini pubblici, spazi istituzionali e legittimazione politica per le proprie manifestazioni e convegni. Eppure, quando lo spazio pubblico si apre –anche solo per la durata di una proiezione o di una grafica– ai colori del Pride e della rivendicazione dei diritti, scatta immediata la censura gridata al "finanziamento ideologico".
Dietro la facciata del "chiarimento" si nasconde una visione della società profondamente escludente. Se si contesta la presenza di simboli inclusivi nei luoghi simbolo del Paese, il messaggio implicito che si lancia è drammatico: la comunità LGBTQIA+ non deve avere cittadinanza visiva, non deve avere tutele e, nelle derive più estreme di questa retorica, si arriva quasi a teorizzare che a determinate persone andrebbe preclusa la possibilità di operare e lavorare liberamente nelle istituzioni o nella cultura (come dimostra il sistematico accanimento contro figure come Spano).
La paura del mondo reale
Il tweet si chiude con un sornione "Sbaglio?". Sì, Pillon, sbaglia. Sbaglia chiunque pensi che la cultura di una nazione possa essere ridotta a un monolite grigio e intollerante, impermeabile ai cambiamenti sociali e ai diritti umani.
Fontana di Trevi illuminata o colorata non toglie nulla a nessuno; al contrario, mostra una città e un Paese che sanno essere contemporanei. Il vero "chiarimento" che serve non è quello del Ministro Giuli, ma quello di una politica che deve decidere se farsi ostaggio di questi anacronistici tribunali dell'inquisizione social o se guardare avanti.