Quando il pregiudizio si veste da dogma: analisi di un attacco alla pastorale milanese

Nei giorni scorsi, in occasione del Pride di Milano, l'Arcivescovo Mario Delpini ha presieduto una celebrazione eucaristica presso la chiesa di San Carlo al Lazzaretto, situata nel cuore del quartiere che ospita gran parte delle iniziative legate alla manifestazione. Una scelta pastorale, quella del presule milanese, volta a testimoniare la vicinanza della Chiesa a una fetta di fedeli spesso ai margini della vita ecclesiale, in un momento in cui la città è attraversata dai temi legati ai diritti e all'identità.
Tuttavia, questo gesto di attenzione e ascolto ha scatenato la durissima reazione di Tommaso Scandroglio. In un articolo pubblicato da La Nuova Bussola Quotidiana, l'autore non si limita a contestare la linea pastorale dell'Arcivescovo, ma la trasforma in un vero e proprio caso politico, dando vita a un esercizio di stile che sostituisce il Vangelo con l’invettiva e la carità con la dietrologia.
L'articolo in questione offre uno spaccato preoccupante di un certo modo di intendere il giornalismo religioso, dove la cronaca di una Messa diventa il pretesto per un attacco frontale all'autorità ecclesiastica, travisando il significato profondo di un gesto che, nel suo intento originario, voleva essere un invito all'inclusione cristiana.
Il linguaggio dell’esclusione
Il cuore del problema risiede nel vocabolario scelto dall'autore. Definire l'orientamento sessuale e l'identità di genere come qualcosa che «incensa il turpe» non è solo una posizione conservatrice; è un atto di deumanizzazione. Quando Scandroglio scrive: «Siamo oltre lo scandalo, siamo all’apologia dell’omosessualità e transessualità che diventa blasfemia», egli non sta difendendo il sacro, ma sta tracciando un confine esclusivo, trasformando la Chiesa in una fortezza chiusa.
In questo paradigma, l'accoglienza non è più un dovere evangelico, ma diventa un cedimento dottrinale. L'autore propone una visione della fede basata sulla paura — la metafora del "burrone" e dell'«abisso» — che nega la dignità intrinseca della persona, riducendola a un oggetto di condanna.
La deriva del complottismo
Il punto più basso dell’articolo, tuttavia, è quello in cui la cronaca cede il passo al sospetto diffamatorio. Scandroglio ipotizza, senza portare un solo elemento probatorio, che l'Arcivescovo Delpini possa agire sotto ricatto: «Può essere che la Diocesi sia sotto ricatto. È un’arma che da sempre le lobby gay hanno adottato all’interno della Chiesa».
Questa narrazione, che evoca fantasmi di "scheletri negli armadi" e "amanti in talare", non è critica giornalistica: è un metodo volto a delegittimare l'autorità episcopale attraverso il sospetto. È la stessa logica che porta l'autore a ipotizzare che persino la firma di Fiducia supplicans da parte di Papa Francesco sia figlia di un'estorsione da parte della Conferenza episcopale tedesca. Si tratta di una tecnica di distorsione del reale che serve a isolare l'attuale magistero, dipingendolo come corrotto o prigioniero di "lobby".
La strumentalizzazione del Sacro
Infine, è paradossale la posizione dell'autore che accusa gli altri di blasfemia mentre egli stesso usa simboli religiosi come armi contundenti. Frasi come «far sanguinare ancor di più quel Cuore» trasformano la sofferenza di Cristo in un'arma polemica per colpire un avversario politico-ideologico.
Il pezzo di Scandroglio non è un tentativo di dibattito teologico sul ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo. È, a ben vedere, una pagina che rigetta apertamente la visione di una Chiesa "ospedale da campo". Laddove l'Arcivescovo Delpini cerca di esercitare una pastorale di presenza, l'autore risponde con la cultura del sospetto, preferendo una Chiesa che giudica dall'alto anziché camminare a fianco.
Il testo di Scandroglio è sintomatico di una frattura che non è dottrinale, ma antropologica: una Chiesa che si percepisce come "custode del dogma" contro un mondo "turpe", laddove la sfida del presente richiederebbe, forse, di riscoprire il significato di quel «Signore si è legato a voi» citato proprio durante l'omelia di Delpini. Un invito all'ascolto che l'autore preferisce trasformare in terreno di scontro, capace ci portare a questo:

La scelta di accostare la foto dell’Arcivescovo a quella del fedele con la maglietta "Ah Men" non ha alcuno scopo informativo: è una tecnica di manipolazione visiva.
L'obiettivo è creare una "associazione colpevole" tra l'autorità episcopale e un gesto di protesta individuale, isolando un singolo elemento (la maglietta) per trasformarlo in un simbolo di blasfemia universale. Questa operazione di frame visivo serve a:
- Generare indignazione immediata: La grafica punta al clic emotivo, semplificando la complessità di una celebrazione eucaristica in uno scontro tra "purezza" e "corruzione".
- Sostituire il fatto con il giudizio: L'immagine non racconta cosa sia successo, ma impone allo spettatore la lente attraverso cui interpretarlo: quella dell'«affronto» e della «setta».
- Innescare la polarizzazione: Utilizzando termini come "Kyrie, eleison" in chiusura del tweet, l'autore si appropria di una invocazione di misericordia per trasformarla, paradossalmente, in un sigillo di condanna verso il prossimo.
A commentare quel post troviamo anche la solita Cristina Lo:

La signora ha ripetutamente invicato deportazioni etniche, ha promosso Vannacci e ha elogiato i crimini di Netanyahu, ma poi vorrebbe che il Papa vietasse la fede a dei credenti solo perché lei è omofoba?