Rovigo Pride sotto assedio: l’ombra dell’odio nel gioco sporco della destra vannacciana


Il primo, storico Rovigo Pride, celebrato sabato 20 giugno da oltre mille persone, non è stato solo un momento di festa e rivendicazione per la comunità LGBTQIA+, ma il bersaglio di una chiara strategia di provocazione. La manifestazione è stata funestata da episodi che rivelano un clima di crescente intolleranza, culminati in una polemica istituzionale che espone la pericolosa contiguità tra le istituzioni locali e l'ideologia d'odio portata avanti dai seguaci di Roberto Vannacci.

Ai margini del corteo si è infiltrato un gruppo di militanti di Futuro Nazionale, il partito dell'europarlamentare ed ex generale Vannacci. Tra loro figurava Joe Formaggio, figura nota per posizioni radicali, passato di recente tra le fila del movimento vannacciano.
Non si è trattato di un semplice dissenso, ma di una messa in scena aggressiva: le attiviste presenti esibivano cartelli dal tenore inequivocabilmente omofobo, arrivando a definire le persone LGBTQIA+ come soggetti "da centro di recupero". Una retorica disumanizzante, che riduce l'identità di genere e l'orientamento sessuale a patologie da curare, rispecchiando fedelmente quel clima di intolleranza che il movimento vannacciano alimenta costantemente nel dibattito pubblico.
Inoltre Daniela Ghiotto, esponente di Famiglie Arcobaleno, ha denunciato un atteggiamento intimidatorio: un gruppo di uomini si è piazzato a centimetri dai partecipanti, tra cui molti bambini, in un tentativo di prevaricazione fisica che ha richiesto l'intervento delle forze dell'ordine.

La vicenda ha assunto contorni grotteschi quando la sindaca di Rovigo, Valeria Cittadin (ovviamente di destra), ha condiviso sui propri social una foto delle militanti "vannacciane". Lo scatto, tuttavia, era stato manipolato con l'intelligenza artificiale: il cartello offensivo era sparito, mentre quello inneggiante alla sindaca rimaneva ben visibile.
Questa operazione di "censura selettiva" non è solo un atto di scarsa trasparenza, ma un’operazione di propaganda che tenta di ripulire l’immagine dell'estremismo, istituzionalizzandolo. La giustificazione del presunto "account hackerato", fornita dalla sindaca dopo le pesanti critiche, appare a molti come un tentativo maldestro di sottrarsi alle proprie responsabilità politiche. Come sottolineato da diverse esponenti dell'opposizione, si è trattato di una vera e propria "mistificazione della realtà", un uso strumentale di simboli nazionali e strumenti digitali per normalizzare un messaggio discriminatorio.

L'episodio di Rovigo non è un caso isolato, ma si inserisce in una strategia più vasta che ha colpito, nello stesso weekend, anche il Roma Pride. Lì, l’uso di spray urticante contro i carri – che ha terrorizzato bambini e manifestanti – è stato denunciato dalle associazioni come un vero e proprio "attacco squadrista".
Che si tratti di provocazioni fisiche o di manipolazioni social, lo schema è identico: invadere spazi di libertà altrui per ribaltare la narrazione e alimentare l'odio. Personaggi legati all'area vannacciana, spesso mascherati dietro la labile maschera della "satira", agiscono per inquinare il dibattito democratico, commercializzando simboli di esclusione (come l'infame slogan White Lives Matter) e normalizzando il linguaggio d'odio.
La comunità LGBTQIA+ si trova oggi a dover difendere il proprio diritto di esistere non solo contro la discriminazione verbale, ma contro una forma organizzata di intolleranza che non esita a utilizzare la manipolazione digitale e la violenza fisica per tentare di soffocare la democrazia.
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