La libertà a geometria variabile di Silvia Sardone


​La comunicazione politica di Silvia Sardone si conferma ancora una volta un esercizio di polarizzazione costante, capace di trasformare un singolo episodio di cronaca locale in un manifesto ideologico volto a solleticare i peggiori istinti di intolleranza.



Nel commentare u recente fatto di cronaca avvenuto a Pescate, dove una giovane sarebbe stata redarguita per il suo abbigliamento, l'esponente della Lega sceglie la via della strumentalizzazione identitaria.

Il cuore del paradosso risiede proprio nell'appello alla libertà di vestiario: la difesa della libertà delle donne diventa infatti uno strumento retorico a geometria variabile, applicato con zelo solo quando l'aggressore è esterno al perimetro culturale o religioso della destra sovranista, per poi svanire o trasformarsi in censura quando si tratta di corpi o espressioni identitarie che non incontrano il favore conservatore.
A detta sua, le donne italiane dovrebbero potersi vestire come vogliono, fin quando piace alla Sardone. Se poi mettono il velo e
alla Sardone non piace, allora non possono più vestiresicome vogliono. Se poi sono gay che vanno al Pride, li si accusa di essere conteari al buoncostume.

​È evidente come il sottotesto del messaggio non sia la difesa dell'autodeterminazione femminile, quanto piuttosto la riaffermazione di una gerarchia che definisce chi ha il diritto di sentirsi a casa in Italia e chi, al contrario, deve essere considerato perpetuamente ospite e, in quanto tale, subordinato. Tale narrazione costruisce un noi contrapposto a un loro in cui la libertà individuale viene invocata strumentalmente solo per marcare una presunta superiorità culturale. Se la difesa della libertà fosse un valore autentico e universale, essa dovrebbe essere declinata senza eccezioni, estendendosi alle scelte di ogni donna, inclusa quella di indossare un velo, così come dovrebbe proteggere ogni altra espressione di libertà personale o orientamento sessuale che, in altri contesti, la stessa parte politica si affretta a bollare come contraria al decoro o al buoncostume. In ultima analisi, l'intervento della Sardone non cerca di risolvere le tensioni sociali, ma le alimenta, trasformando la libertà in una concessione da riservare solo a chi è ritenuto degno secondo i propri parametri ideologici.

Aizzati i suoi seguaci alla "deportazione", è ostentando un crocefisso come oggetto identitario che la signora Sardone si lamenta di chi non la lascerebbe promuovere odio razziale diffondendo notizie sgli indagati (che non sono condannati) non inerenti ai fatti contestati:



Stando al riflesso nei suoi occhiali da sole, il video parrebbe essere stato realizzato davanti ad una spiaggia:



Evidentemente quelle sono le località che si può permettere chi di lavoro scheda e diffonde i casi di cronaca che prevedono una schedatura etnica.
Commenti