Pillon e il suo godimento nell'offesa


Praticamente non c'è giorno in cui il leghista Simone Pillon non tenti di strumentalizzare qualche episodio decontestualizzato per trasformarlo in un veicolo per messaggi divisivi finalizzati a istigare omofobia o razzismo. Quest'oggi lo troviamo a scrivere:



Pillon non inquadra l'episodio come un banale diverbio di campo, ma come la rottura di un "sacro tabù woke", suggerendo che esista una sorta di proibizione ideologica nel vedere una donna bianca reagire a una donna di colore. Una simile costruzione narrativa è intrinsecamente problematica, perché introduce una distinzione basata unicamente sul colore della pelle. Ossia una caratteristica fisica che in un contesto sportivo dovrebbe essere irrilevante.
Inoltre tenta di trasformare l'azione in un atto politico e identitario: definire la reazione di una giocatrice in termini di razza, esaltando la "forza" di una contro l'altra, normalizza un approccio che invece di de-escalare il conflitto, lo carica di una valenza razziale del tutto gratuita e tossica.
Ancor più preoccupante è l'elogio dell'atteggiamento della giocatrice, quando l'autore riporta con soddisfazione la frase "Era bellissimo farla incazzare". Qui, la narrazione di Pillon celebra apertamente l'intento deliberato di provocare, infastidire e indurre rabbia nell'interlocutore. Elevare la provocazione fine a se stessa a segno di "autorevolezza" è un ribaltamento valoriale significativo: si premia la volontà di umiliare o destabilizzare l'altro, anziché promuovere la correttezza, il rispetto reciproco o la capacità di gestire le tensioni.

Questo tipo di retorica risulta particolarmente pericoloso perché non si limita a commentare un evento, ma lo utilizza per validare e incitare comportamenti conflittuali, avvolgendoli in una cornice ideologica che giustifica l'aggressività comunicativa e la divisione razziale. Invece di contribuire a una discussione sana, il post di Pillon alimenta una cultura dello scontro in cui il godimento nel far arrabbiare l'altro diventa, paradossalmente, una virtù da esibire.
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