Il partito di Vannacci elogia chi picchia i "vagabondi"

Giuseppe Borboni è il nuovo idolo dei populisti, perché accusato di aver aggredito e picchiato brutalmente un senzatetto di origini straniere. Ad elogiare il suo operato è anche il partito di Vannacci, di cui Borboni è militante.
In un video pubblicato sui social, ha dichiarato:
Giuseppe Barboni ha fatto benissimo. Ad oggi, se non pratichi sport da combattimento è meglio se inizi a farlo con lo Stato che non ti difende e che noi di Futuro Nazionale vogliamo cambiare e lo cambieremo con la criminalità e il vagabondaggio dilagante. L'autodifesa, ai fini della tutela dell'ordine pubblico, è essenziale e imprescindibile. Italiani, combattenti, schieriamoci uniti a favore della legalità, dell'ordine pubblico e della disciplina civile. Futuro Nazionale con il vostro supporto creerà uno Stato sicuro, uno Stato dove ci sia giustizia, uno Stato forte e severo con chi delinque e crea disagio e pericolo sociale.
Il video propone una visione della sicurezza pubblica fortemente centrata sulla giustizia privata e sulla necessità di un intervento statale percepito come "forte e severo". Tale narrazione solleva diversi punti di dibattito critico dal punto di vista della filosofia politica e del diritto:
Il primato dell'autotutela rispetto al monopolio della forza: L'esortazione a praticare sport da combattimento come risposta all'inadeguatezza dello Stato nella protezione dei cittadini sposta il focus dalla responsabilità pubblica alla responsabilità individuale. In uno Stato di diritto moderno, il monopolio della forza è delegato alle istituzioni proprio per evitare che la giustizia diventi una questione di supremazia fisica o individuale. Promuovere l'autotutela può alimentare un clima di insicurezza in cui il conflitto sociale viene gestito privatamente, anziché attraverso le procedure legali democratiche.
La retorica dello Stato "debole" e la dicotomia ordine/disordine: Il discorso utilizza una retorica polarizzante, contrapponendo un'idea di "cittadino combattente" a un'immagine di Stato incapace di garantire l'ordine contro "criminalità e vagabondaggio". Questa dicotomia semplifica problematiche socio-economiche complesse, riducendole a una questione di mera severità penale, tralasciando le cause strutturali del disagio e della criminalità, come l'emarginazione, le disuguaglianze o le inefficienze dei servizi sociali.
Concetti vaghi di "pericolo sociale": L'accostamento della "criminalità" al "vagabondaggio" è particolarmente problematico. Mentre la prima si riferisce a condotte illecite definite dal codice penale, il secondo termine è più ambiguo e storicamente utilizzato per stigmatizzare forme di povertà, precarietà o devianza sociale non necessariamente criminale. Etichettare il "vagabondaggio" come pericolo sociale rischia di legittimare azioni discriminatorie e di criminalizzare fasce vulnerabili della popolazione.
In conclusione, le posizioni espresse riflettono un approccio che privilegia la "legge dell'ordine" basata sulla forza piuttosto che la costruzione di una sicurezza partecipata, sollevando dubbi sulla compatibilità di tali tesi con la garanzia delle tutele democratiche e dei diritti fondamentali.