La retorica dell'invasione: quando la politica agita lo spauracchio identitario


L'ennesima uscita pubblica di Anna Maria Cisint, rilanciata dal quotidiano di Maurizio Belpietro, offre l'ennesimo manuale di come la politica identitaria e sovranista sappia trasformare un normale dibattito urbanistico e di libertà costituzionale in una crociata ideologica. Sotto lo slogan a effetto "Vogliono portare Allah in Comune", l'europarlamentare della Lega mette in scena il classico copione teso a solleticare i bassifondi della paura e del pregiudizio etnico.



Al centro della polemica c'è la richiesta avanzata dalla comunità bengalese per la realizzazione di un centro culturale e di culto a Venezia-Mestre (nell'area dell'ex segheria). Di fronte a un tema che richiederebbe un confronto amministrativo sulle norme edilizie, sui flussi o sulla sostenibilità urbanistica, la sua reazione politica ha scelto la scorciatoia della demonizzazione.
Affermare che i cittadini stranieri stiano tentando di "islamizzare il Paese" o che si tratti di un attacco alle istituzioni repubblicane significa mistificare la realtà dei fatti. Il diritto al culto, sancito dall'articolo 19 della Costituzione italiana, viene dipinto strumentalmente come una minaccia eversiva, dipingendo un'intera comunità di lavoratori come un corpo estraneo e ostile.

Il metodo non è nuovo, ma si ripete con una precisione matematica. Si riduce una questione complessa a uno scontro binoculare tra "noi" (difensori della civiltà) e "loro" (invasori intenzionati a stravolgere le regole), si utilizzano generalizzazioni sommarie per dipingere le minoranze straniere come portatrici intrinseche di illegalità e rifiuto dei valori democratici e si alimenta l'ansia sociale attorno con il fantasma dell'islamizzazione, brandendo il pericolo dello straniero come unico collante politico.

Il vero rischio evidenziato da queste uscite non è l'alterazione dei valori costituzionali italiani, bensì il progressivo degrado del dibattito pubblico. Ridurre il pluralismo religioso e la convivenza civile a una guerra di religione permanente impedisce di gestire con maturità la trasformazione multietnica della società.
Finché la politica continuerà a preferire la clava della propaganda e lo sfruttamento cinico delle insicurezze popolari al dialogo istituzionale, a perdere non sarà solo la coesione sociale delle nostre città, ma la credibilità stessa delle istituzioni democratiche.
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