L'allarme dell'ONU,: "Persecuzione in aumento e attacchi a tutto campo"

Una persecuzione in rapida crescita e un vero e proprio "attacco a tutto campo" che mette a rischio non solo i diritti delle persone LGBTIQ+, ma la tenuta stessa delle democrazie liberali. È questo il quadro drammatico tracciato alle Nazioni Unite durante l’evento annuale del Core Group LGBTI, svoltosi a New York in apertura della settimana di alto livello dell'Assemblea generale.
Il vertice, che ha registrato una partecipazione straordinaria, ha fatto da cassa di risonanza per un annuncio cruciale: il prossimo ottobre, il Consiglio ONU per i diritti umani si troverà a votare una risoluzione per la depenalizzazione universale delle relazioni tra persone dello stesso sesso, promossa congiuntamente da Francia e Albania.
La stretta globale e la risoluzione di Parigi e Tirana
Ad aprire i lavori è stata l’ambasciatrice francese per i diritti umani, Isabelle Rome, la quale ha ricordato che ben 66 Paesi criminalizzano ancora i rapporti omosessuali consensuali, lasciando circa due terzi della popolazione mondiale in Stati dove questi diritti vengono sistematicamente violati.
Il testo che Francia e Albania porteranno a Ginevra a ottobre punta a introdurre la depenalizzazione universale come norma internazionale, costringendo i governi a esporsi apertamente con un voto. Un cambio di passo reso urgente dall'inversione di tendenza segnalata da Maria Sjödin (direttrice esecutiva di Outright International): per la prima volta dopo moltissimo tempo, il numero di Stati membri dell'ONU che introducono nuove leggi penali contro le relazioni consensuali – anziché limitarsi a ereditare quelle coloniali – è tornato a salire.
Volker Türk: "Un'offensiva coordinata che sfrutta le guerre culturali"
Dura e senza filtri la presa di posizione dell'Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Volker Türk. Nel suo intervento ha denunciato un contraccolpo profondo, organizzato e globale: "I loro diritti, la loro sicurezza, il loro benessere sono sotto attacco fisico, psicologico, sociale, politico e legale. È un attacco a tutto campo".
Türk ha puntato il dito contro l'uso politico del bigottismo anti-LGBTIQ+ da parte di partiti e candidati in vista delle elezioni, spesso mascherato dietro la difesa della famiglia o la protezione dei bambini da minacce inventate. Ha citato casi specifici di repressione – come in Senegal e Turchia, dove centinaia di persone sono state arrestate senza giusto processo – e ha lanciato un monito: chi vuole cancellare il pensiero indipendente comincia sempre col cancellare le persone LGBTIQ+ dai libri, dal cinema e dalle strade. L'invito finale di Türk alle democrazie è netto: passare dalla difensiva all'offensiva.
Le voci dal campo: testimonianze e tagli ai fondi
Il vertice ha dato spazio anche alle drammatiche testimonianze dirette. L'attivista ghanese Gloria Quaye ha ricordato il clima di terrore nel suo Paese, tra arresti arbitrari e la spinta verso leggi draconiane ispirate da movimenti anti-diritti transnazionali. Dal canto suo, Nhuun Wannapong Yodmuang ha portato l'esempio positivo della Thailandia e del matrimonio egualitario, pur denunciando la grave crisi economica e il taglio dei fondi che sta strozzando la rete di supporto alle persone trans in Asia e nel Pacifico.
Sul fronte economico e della sopravvivenza delle associazioni, la ricerca presentata da Outright ha evidenziato che nove organizzazioni LGBTIQ+ su dieci hanno perso finanziamenti a partire dal gennaio 2025, complice anche il congelamento degli aiuti esteri deciso dall'amministrazione statunitense.
Diverse nazioni hanno provato a colmare il vuoto con impegni concreti:
- Paesi Bassi: 50 milioni di euro stanziati per le organizzazioni LGBTIQ+ globali.
- Regno Unito: 21 milioni di sterline (2026-2029) e la nomina di un nuovo inviato speciale, Lord Collins of Highbury.
- Irlanda: Crescita costante dei fondi al Sud globale e ferma opposizione alle "guerre culturali" altrui.
Le grandi assenze: Stati Uniti e Italia
A fare rumore sono state soprattutto le assenze istituzionali. Gli Stati Uniti non hanno inviato alcun rappresentante, avendo abbandonato il Core Group in seguito all'insediamento dell'amministrazione Trump-Vance.
Allo stesso modo, l'Italia – storicamente presente tra i membri del gruppo – non ha preso la parola durante il panel. Il nostro Paese si trova ora di fronte a passaggi istituzionali cruciali: dal voto di ottobre a Ginevra sulla depenalizzazione (tema su cui la premier Giorgia Meloni si era espressa favorevolmente nel maggio 2024) ai negoziati della Terza Commissione ONU sui diritti umani, fino al rapporto che Türk presenterà a dicembre. Scelte che richiederanno a Roma una chiara assunzione di responsabilità sullo scenario internazionale.