La fabbrica delle minacce fantasma: come la propaganda populista alimenta la divisione sui social
Negli ultimi anni, le bacheche dei social network sono diventate il teatro principale di una narrazione basata sull'allarmismo costante e sulla creazione di "nemici immaginari". Un esempio lampante è la ciclica polemica sulla presunta "cancellazione del Natale", spesso accompagnata da immagini ad alto impatto emotivo (talvolta generate tramite intelligenza artificiale) che ritraggono bambini con cartelli di proteste o slogan accattivanti come "Il Natale non si tocca! Non è una 'festa d'inverno'. Sei d'accordo? SÌ o NO?".
A questo tipo di contenuti si aggiungono spesso commenti o diciture perentorie che liquidano qualsiasi posizione diversa o dibattito critico con formule drastiche, del tipo "Chi non sta bene può andarsene".
La meccanica del "nemico inventato"
Il meccanismo comunicativo alla base di questi post si articola su tre pilastri principali:
- Invenzione di una minaccia inesistente: Non esiste alcuna norma, direttiva o movimento concreto volto a sopprimere le festività natalizie o a vietarne la celebrazione. Peraltro, il rispetto per la figura di Gesù e il riconoscimento delle festività comunitarie sono elementi presenti anche nei contesti di dialogo interreligioso e persino in diverse realtà culturali a maggioranza musulmana.
- Polarizzazione artificiale (SÌ o NO): Riducendo questioni complesse a un bivio binario, si punta ad azzerare il ragionamento critico. L'utente viene spinto a schierarsi emotivamente e con reazioni d'impulso per "difendere" un'identità che si assume falsamente essere sotto attacco.
- L'esclusione dell'altro: L'invito ad "andarsene" rivolto a chiunque metta in discussione la narrazione populista parte da un presupposto fuorviante: l'idea che l'intera collettività debba conformarsi a un unico pensiero basato sul sospetto verso chi è diverso o esprime un'opinione differente.
Oltre la propaganda: preservare la coesione sociale
L'obiettivo di queste strategie non è difendere una tradizione culturale o religiosa, ma piuttosto alimentare la frustrazione, massimizzare le interazioni social tramite l'indignazione (il cosiddetto outrage baiting) e creare divisioni all'interno della società.
Riconoscere questi schemi di comunicazione propagandistica è il primo passo per smontare le narrazioni divisive: una comunità matura e inclusiva non ha bisogno di inventarsi nemici per valorizzare le proprie radici, né si lascia definire dal rifiuto dell'altro.
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