Quando l'ex padano si scopre giudice di italianità


La parabola politica di Matteo Salvini continua a regalare paradossi degni di una sceneggiatura surrealista. Nel tweet recentemente pubblicato dall'account ufficiale della Lega, il vicepremier torna a tuonare contro le "troppe cittadinanze senza controlli", proponendo test obbligatori e persino la "possibilità di revoca". Una linea dura, securitaria e rigorosamente nazionalista, che punta a erigere nuovi sbarramenti burocratici per chi guarda all'Italia come a una nuova casa.



A rendere particolarmente grottesca questa uscita è la clamorosa rimozione collettiva della storia politica dello stesso Salvini.

Chi ha un briciolo di memoria, ricorda benissimo gli albori della carriera del leader leghista. Quel Matteo Salvini che oggi si erge a inflessibile guardiano dei confini morali e giuridici della Repubblica è lo stesso identico politico che ha edificato i suoi primi successi elettorali sputando letteralmente sul simbolo nazionale.
Sono rimasti celebri i comizi e le interviste in cui il giovane esponente della Lega Nord tuonava contro il tricolore, definendolo uno straccio da usare in modi irriferibili o ribadendo con orgoglio che quella bandiera non lo rappresentava affatto. Allora l'identità italiana era vissuta come una sovrastruttura ostile, uno strumento centralista calato dall'alto da "Roma ladrona", mentre il dogma identitario di riferimento era il campanilismo lombardo e la difesa della presunta lingua lümbard.

Oggi la metamorfosi è completa, ma non per questo meno opportunistica. Dimenticata la secessione, accantonata l'insofferenza per l'Unità d'Italia e ripulito il vocabolario dai vecchi slogan antimeridionali e anti-italiani, Salvini si è riconvertito al nazionalismo più ortodosso. Un nazionalismo a senso unico, utile soprattutto come clava elettorale da brandire contro i nuovi arrivati.

La proposta di introdurre test vessatori e, soprattutto, la "possibilità di revoca" della cittadinanza svela una concezione della cittadinanza non come un patto di diritti e doveri costituzionali, ma come un privilegio concesso a tempo, revocabile a seconda del gradimento politico del momento.
Certamente fa indignare che a dispensare patenti di italianità e a stabilire chi sia degno di appartenere alla comunità nazionale sia proprio chi ha trascorso metà della sua vita a insultare l'Italia, i suoi simboli e la sua unità. Evidentemente, nella geopolitica della convenienza salviniana, la patria non è una questione di cuore o di appartenenza sincera, ma una casacca da indossare, sfilare e rimettere a seconda di dove tira il vento del consenso.
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