Quando la polemica calpesta la storia: il corto circuito di Tommaso Cerno su kefiah, partigiani e Medio Oriente

Nel dibattito politico contemporaneo, la ricerca del titolo a effetto e della polarizzazione spinta sembra ormai calpestare ogni briciolo di rigore storico. L'ultimo esempio lampante arriva da un post social di Tommaso Cerno, il quale scaglia accuse pesanti contro la sinistra, la Fiom e la presenza di determinati ospiti in Parlamento, mescolando grottescamente simboli, epoche e movimenti politici radicalmente differenti.

Nel suo intervento, Cerno evoca la figura dei partigiani per condannare chi indossa la kefiah o siede tra i banchi dell'opposizione, associando implicitamente il tutto a chi «minacciava i bambini e festeggiava lo sterminio degli ebrei». Un cortocircuito logico e culturale che solleva interrogativi inevitabili: Cerno sa davvero chi sia stato Yasser Arafat e cosa abbia rappresentato la kefiah nella storia della causa palestinese e della politica internazionale prima che diventasse il bersaglio di una polemica domestica a uso e consumo dei social?

Confondere la storia per fare un titolo
Il tentativo di equiparare la kefiah e chi la indossa a un sostegno all'antisemitismo o al terrorismo jihadista tradisce una pericolosa amnesia (o ignoranza) storica. La kefiah, ben prima di essere ridotta a uno slogan da tastiera, è stata il simbolo di un movimento di liberazione nazionale laico guidato dall'OLP di Yasser Arafat, interlocutore per decenni della diplomazia internazionale, firmatario degli accordi di pace di Oslo e persino insignito del Premio Nobel per la Pace.
Sovrapporre questo simbolo — e la complessità della questione palestinese — alle azioni e all'ideologia di Hamas significa compiere una mistificazione grossolana. È la classica scorciatoia comunicativa: si confondono piani storici distanti pur di confezionare un titolo aggressivo capace di generare interazioni.

L'uso strumentale (e improprio) dei partigiani
Ancora più grave è il richiamo alla Resistenza e ai partigiani. Cerno si chiede retoricamente cosa avrebbero fatto i partigiani di fronte a certe immagini. La risposta, a ben guardare, smentisce clamorosamente il suo stesso ragionamento.
I partigiani italiani combattevano il nazifascismo, vale a dire chi praticava lo sterminio sistematico, la dittatura, la soppressione delle libertà e l'odio razziale. I partigiani combattevano i carnefici e i persecutori, non certo chi indossa una sciarpa o esprime solidarietà a un popolo oppresso. Utilizzare la memoria della Resistenza per delegittimare il dissenso politico interno o per criminalizzare un simbolo culturale significa capovolgere i valori stessi della lotta antifascista, riducendo un patrimonio di sangue e libertà a clava spuntata per la polemica quotidiana.

Il giornalismo ridotto a boutade
Ciò che emerge da interventi di questo tipo è la crisi profonda di un certo modo di fare informazione e opinione, in cui la provocazione permanente sostituisce l'analisi. Chiedersi se Cerno conosca la storia di Arafat o il valore dei simboli non è un vezzo accademico, ma una necessità civica: quando il giornalismo e il commento politico scendono al livello della confusione deliberata, a perdere non è solo la verità dei fatti, ma la dignità stessa del dibattito pubblico.


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