Vittimismo e profitti d’pdio nel "metodo Cerno"
Il copione è ormai un classico della peggiore retorica mediatica italiana: si alimentano tensioni, si dipinge un’intera comunità di fedeli come una minaccia esistenziale e, quando la polarizzazione produce inevitabilmente reazioni e polemiche, si indossa istantaneamente l’abito del martire della libertà di stampa. È il cortocircuito narrativo incarnato da Tommaso Cerno, direttore de Il Giornale, il quale ha trasformato l’ennesima polemica in un esercizio di vittimismo mediatico.
La strategia della tensione quotidiana
Nel pezzo pubblicato dal suo quotidiano, intitolato "Infedele: un’altra fatwa islamista contro Cerno", si assiste a una rappresentazione distorta e allarmistica della realtà. Si agita lo spettro di oscure trame e di un presunto legame organico tra "l'islam e l'associazionismo rosso estremista", riducendo il complesso dibattito sull'integrazione a una crociata securitaria.
La formula è sempre la stessa: lanciare accuse generalizzanti, evocare scenari apocalittici in cui i diritti verrebbero calpestati da presunti complotti religiosi-politici, per poi gridare alla censura non appena qualcuno contesta la linea editoriale. Il vittimismo di Cerno non è la difesa coraggiosa di un presidio democratico, bensì il carburante di una macchina della propaganda che vive di polarizzazione e conflitto sociale.
Il coro degli interessi convergenti
Ciò che rende questa narrazione particolarmente cinica è l'osservazione di chi si affretta ad applaudire e a sfilare in difesa del direttore. A scendere in campo con messaggi di solidarietà non è la società civile preoccupata per il pluralismo, bensì l’intero arco della maggioranza di governo e dei suoi alleati: da Ignazio La Russa a Lorenzo Fontana, passando per ministri come Giuseppe Valditara, Francesco Lollobrigida ed Elisabetta Casellati, fino ai vertici di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.
Non è un mistero il motivo di tanta solerzia: la propaganda islamofoba paga dividendi politici altissimi in termini di consenso populista. Chi cavalca l'odio identitario trae un evidente profitto politico ed elettorale, alimentando una percezione di perenne assedio che giustifica politiche securitarie e restrizioni dei diritti. I vari Gasparri, Sardone, Donzelli e compagni non fanno che applaudire uno strumento di distrazione di massa funzionale al loro disegno politico.
La vera libertà di stampa non ha bisogno di capri espiatori
Ridurre il giornalismo a un megafono di intolleranza e poi trincerarsi dietro lo scudo della Costituzione (dimenticando che la stessa Carta tutela la libertà di culto e l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di religione) è un’operazione intellettualmente disonesta.
La vera informazione cerca il confronto e la complessità, non fomenta la paura del diverso per raccogliere consensi o click. Quando il giornalismo si muta in clava identitaria, la libertà di stampa non viene difesa: viene svenduta sull’altare della propaganda e del profitto politico.
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