La retorica della superiorità: quando il fondamentalismo incontra i vecchi miti identitari
L'ideologia populista è solita usare la religione come clava identitaria e strumento di contrapposizione. Ma un recente post pubblicato da Simone Pillon ha raggiunto nuove vette di retorica esclusivista.
Analizzando il testo, non solo emergono forzature storiche e filosofiche, ma anche inquietanti analogie con quella logica di primato etnico-culturale che in passato ha segnato le pagine più buie della storia europea.
L'illusione dell'egemonia assoluta: la retorica del "primato"
Nel suo messaggio, Pillon sostiene che l'Occidente cristiano avrebbe raggiunto vette ineguagliabili in "letteratura, musica, scienza, filosofia, arte, tecnica, medicina, teologia e in ogni altro campo", attribuendo questo presunto primato universale esclusivamente "a una Croce e alla sua promessa di Etermità".
Questa visione riduce la complessa e stratificata storia del pensiero umano a un blocco monolitico e autoreferenziale. La grandezza culturale dell'Europa e dell'Occidente non è il frutto di un'unica matrice dogmatica, ma il risultato di un perenne dialogo – e spesso di un fecondo scontro – con altre civiltà: dal mondo classico greco-romano (fortemente debitore delle culture mediorientali ed egizie) all'apporto fondamentale della filosofia e della scienza arabo-islamica durante il Medioevo, senza dimenticare le tradizioni asiatiche ed extra-occidentali. Presentare la civiltà come un blocco razziale o spirituale "puro" e incontaminato, superiore a qualsiasi altra esperienza umana, significa travisare la storia universale per trasformarla in uno strumento di propaganda identitaria.
Il parallelo storico: l'ombra della purezza ariana
La struttura argomentativa utilizzata nel post richiama alla mente, per analogia di metodo, i meccanismi ideologici impiegati dai regimi totalitari del Novecento, in particolare la retorica nazista sulla superiorità della razza ariana.
Sebbene Pillon sposti il baricentro dal sangue alla "fede" e
all'"Occidente cristiano", la matrice logica rimane la medesima:
- L'auto-investitura a culmine dell'evoluzione umana: Come il nazionalszionalismo postulava la centralità biologica e culturale del popolo ariano quale motore insuperabile della storia, così qui si proclama l'Occidente cristiano come apice irraggiungibile ed esclusivo dell'umanità.
- La divisione manichea tra "noi" e il nemico: La menzione finale dell'"invidia anticristiana" e dello "stupido complesso di inferiorità" ricalca lo schema paranoico del nemico esterno e interno (l'ispirazione cospirazionista), dipingendo chiunque critichi questa visione dogmatica non come un oppositore politico o un pensatore laico, ma come un soggetto animato da rancore ontologico.
- Il mito della purezza originaria: L'esaltazione acritica di un passato mitico e sacralizzato serve a legittimare gerarchie di valore tra gli esseri umani, dividendo le culture tra "superiori" e subalterne.
Dalla Fede al Fondamentalismo Politico
Ridurre il cristianesimo – un messaggio spirituale originariamente universale, fondato sull'accoglienza degli ultimi, sulla carità e sul superamento delle barriere terrene – a un marchio di fabbrica geopolitico o a un distintivo di superiorità etnico-culturale costituisce un paradosso profondo.
Usare la Croce come vessillo di supremazia tradisce lo spirito stesso del Vangelo per piegarlo a logiche di potenza e di esclusione. Operazioni discorsive di questo tipo non mirano a difendere la cultura o la libertà di culto, ma alimentano una narrazione tribalista e divisiva, pericolosamente vicina a quei fondamentalismi che pretendono di misurare il valore di un essere umano in base all'appartenenza a un gruppo eletto.
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