La polemica sul nulla di Claudio Borghi
In un'epoca in cui la comunicazione politica si gioca a colpi di tweet, battute e distinzioni microscopiche, non sorprende assistere all'ennesimo scontro verbale sollevato sui social. L'ultimo episodio riguarda il senatore della Lega Claudio Borghi, che ha deciso di cogliere l'occasione per fare polemica contro un titolo del quotidiano la Repubblica.
Al centro della questione c'è l'articolo firmato da Lorenzo De Cicco, intitolato: «Lega, Salvini costretto dallo statuto a dimettersi da segretario: “Pronto a ricandidarmi”. E chiede di azzerare i vice». Un titolo che riassume in modo chiaro e giornalisticamente corretto una dinamica procedurale ben precisa: il regolamento interno del partito obbliga il segretario uscente a rassegnare le dimissioni per consentire la celebrazione del nuovo congresso.
Borghi, tuttavia, ha ritenuto opportuno contestare l'uso del verbo "costretto", commentando con ironia:
«Ma che COSTRETTO 😅 È lo Statuto che lo prevede. Noi facciamo congressi veri. Sempre fatto così.»
L'incongruenza della contestazione
La posizione di Borghi evidenzia una fragilità concettuale evidente. Dire che una persona è "costretta dallo statuto" significa esattamente che un insieme di regole impone quell'atto normativo. Se lo statuto prevede un passaggio vincolante per potersi ricandidare o svolgere il congresso, la volontà del singolo passa in secondo piano di fronte all'obbligo statutario. In italiano corretto, l'espressione "costretto da una norma" non implica una coercizione fisica o un atto di sfiducia, ma semplicemente l'inesorabile rispetto di un vincolo d'ordine costituzionale o regolamentare.
Perché, dunque, ingaggiare una battaglia semantica su un termine che descrive esattamente ciò che accade?
La narrazione politica oltre la lingua
L'intervento di Borghi risponde a un'esigenza puramente comunicativa e difensiva. Ammettere la parola "costretto" rischierebbe, agli occhi del politico, di far passare l'idea di un Salvini debole o in balìa degli eventi, piuttosto che quella di un leader pienamente padrone del processo democratico interno. Da qui la necessità di virare subito l'attenzione sulla virtù del partito («Noi facciamo congressi veri»).
Il risultato di queste impennate retoriche è una polemica sterile sul nulla. Correggere un giornale che usa un termine aderente ai fatti finisce per indebolire il messaggio anziché rafforzarlo, trasformando una semplice norma procedurale in un pretesto per fare propaganda e sviare l'attenzione dal nodo politico reale: la gestione dei vertici del partito e la futura leadership della Lega.
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