La retorica del nemico pubblico e la crisi del dibattito istituzionale

Il post pubblicato dall'account ufficiale di Fratelli d'Italia e il video allegato che vede protagonista la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni offrono l'ennesimo, preoccupante spunto di riflessione sullo stato del dibattito istituzionale e sul rapporto sempre più teso tra il potere esecutivo e la magistratura.

Nel mirino c'è la decisione del GIP di Milano di scarcerare Youssef Siher, accusato di essere il mandante delle piazze violente, un provvedimento bollato sbrigativamente come «incomprensibile e vergognoso». Ma oltre alla retorica muscolare, l'uscita della Premier solleva interrogativi cruciali sulla tenuta dello Stato di diritto.

La scorciatoia populista e la ricerca del capro espiatorio
La strategia comunicativa emersa nel post ricalca fedelmente i manuali del populismo politico: di fronte a carenze strutturali o a difficoltà nella gestione della sicurezza pubblica (che probabilmente andrebbero attribuite all'operato del loto Ministro dell'Interno), la soluzione più semplice ed efficace in termini di consenso consiste nell'individuare un colpevole ideale.
Prendere un cittadino straniero di religione musulmana e additarlo pubblicamente come il fulcro di tutti i mali serve ad alimentare una narrazione emergenziale. Si sposta così l'attenzione mediatica dalle responsabilità politiche alla figura del "nemico pubblico", utile a compattare il proprio elettorato attraverso la semplificazione della realtà.

L'attacco alle fondamenta della separazione dei poteri
Ciò che rende questa presa di posizione particolarmente grave non è soltanto la critica politica a un provvedimento giudiziario, bensì l'attacco frontale e delegittimante rivolto all'ordine giudiziario.
Quando un Capo del Governo definisce "vergognosa" una decisione presa da un giudice nell'esercizio delle sue funzioni, e si domanda polemicamente come uno Stato possa difendere i cittadini se «c'è una parte di magistratura che rema sistematicamente nella direzione opposta», si sta superando una linea rossa costituzionale. Si insinua infatti il sospetto che la magistratura agisca per sabotare la sicurezza nazionale, delegittimando l'intero sistema dei pesi e contrappesi che garantisce la democrazia.

La confusione tra accusa e condanna definitiva
Nel discorso della Presidente del Consiglio riaffiora un vizio antico e pericoloso della politica giustizialista: la pretesa che un'accusa formulata in fase d'indagine equivalga a una condanna irrevocabile. Pretendere che un'ordinanza di custodia cautelare non possa essere ridussa o modificata da un giudice sulla base delle garanzie di legge significa calpestare il principio di non colpevolezza sancito dall'articolo 27 della Costituzione.
La giustizia non amministra sentenze urlando alla pancia dell'elettorato, né può piegarsi alle esigenze di piazza della politica. Le garanzie costituzionali e il rispetto delle procedure non sono un "orpello burocratico" che intralcia la sicurezza dei cittadini, ma il argine invalicabile che separa uno Stato di diritto da derive autoritarie in cui il potere politico decide arbitrariamente chi debba finire in cella.

Ridurre la complessità della sicurezza pubblica a una crociata contro i giudici "buonisti" o contro il presunto nemico di turno non rende i cittadini più sicuri. Al contrario, indebolisce le istituzioni democratiche, erode la fiducia nella giustizia e trasforma lo Stato in un megafono della propaganda permanente.


Leggi l'articolo completo su Gayburg
Ed ancora:
Gaza non è la riviera romagnola: le inaccettabili parole della consigliara di FdI
Giorgia Meloni è scandalosa?
Tra propaganda e Costituzione: quando la politica agita la clava dell’irresponsabilità collettiva
Fratelli d'Italia vorrebbe ridurre la lotta alla criminalità ad un esercizio di crudeltà
Fratelli d'Italia contro i simboli arcobaleno
Autostrade bloccate: la memoria corta della Lega sul caso Gallarate