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Il segreto pontificio salva don Inzoli: la santa Sede ha negato la rogatoria richiesta dalla Procura

Don Mauro Inzoli è tornato alla ribalta delle cronache in occasione del convegno omofobo organizzato dalla Regione Lombardia. Nonostante due papi l'abbiano condannato per pedofilia, l'esponente di Comunione e liberazione era seduto in seconda fila per suggerire una ridefinizione ideologica della famiglia.
L'uomo non è ancora stato giudicato dalla giustizia italiana e c'è da temere che non lo sarà ancora a lungo: il Vaticano ha infatti rifiutato la rogatoria richiesta dalla procura di Cremona.
Secondo la santa Sede, infatti, gli atti sono da ritenersi un «sub secreto pontificio». In altre parole, gli atti del procedimento ecclesiastico non verranno condivisi con lo Stato italiano.

I ritardi giudiziari che riguardano l'inchiesta sono principalmente legati ad una precisa scelta compiuta dalle vittime: anziché rivolgersi alla magistratura, hanno preferito parlare degli abusi con alcuni rappresentanti della Chiesa. Dato che la legge italiana prevede che «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero», si è potuto tenere legalmente segreto l'accaduto.
In assenza di una formale denuncia, il procedimento ha avuto inizio solo quando Franco Bordo, deputato di Sel, ha presentato un regolare esposto. Il tutto basandosi sui risultati delle indagini vaticane che vennero pubblicate il 9 dicembre del 2012 sul sito della curia cremasca.


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