Morale in minigonna: quando il patriarcato si veste da "buonsenso"

Hanno suscitato indignazione le recenti dichiarazioni del vicepremier Antonio Tajani, che ha associato il concetto di "affidabilità" e di "serietà" coniugale a donne meno appariscenti e con "le gonne un po' più lunghe". Ma a stupire non è soltanto lo scivolamento retorico di un esponente di primo piano del governo, quanto la capacità di una certa parte del mondo conservatore e religioso di correre in soccorso di stereotipi duri a morire, spacciandoli per semplice "buonsenso" familiare.

È il caso del post pubblicato dal pastore evangelico Luigi Carollo, il quale si è scagliato contro il "tutto questo accanimento" nei confronti di Tajani. Nel tentativo di difendere il ministro, Carollo sposta l'asse sul terreno della genitorialità e della protezione filiale: "Non è normale che un padre metta in guardia?", argomenta, paragonando il giudizio sulla condotta morale e sentimentale dei partner a un saggio consiglio di vita.

Il ragionamento offerto nel post presenta un evidente cortocircuito. Si tenta di giustificare un'affermazione fortemente intrisa di giudizi estetici e patriarcali – l'equazione tra centimetri della gonna, apparenza e valore morale della persona – riducendola alla legittima preoccupazione di un genitore per il benessere affettivo dei figli.
Tuttavia, il punto nodale della critica non riguarda il diritto-dovere di un padre o di una madre di consigliare i propri figli sulle relazioni sentimentali. Il cuore del problema risiede nel metro di giudizio sociale e culturale che continua a legare l'affidabilità, la virtù e persino la rispettabilità di una donna al suo aspetto esteriore, al suo modo di vestire o alla sua libertà di espressione.
Ridurre una persona a una categoria morale in base a quanto mostra o copre il proprio corpo significa perpetuare una narrazione retrograda. E farlo usando la categoria del "buonsenso" familiare serve soltanto a normalizzare un imprinting culturale paternalistico.

La cultura della tutela che diventa controllo
Sia nelle parole di Tajani che nella difesa d'ufficio proposta da Carollo emerge una visione della relazione affettiva basata sulla diffidenza verso la libertà e l'autonomia femminile. L'idea che esista una donna "seria" (stereotipata come dimessa, coperta e sottomessa agli standard della tradizione) contrapposta a una figura "affascinante ma pericolosa" tradisce una concezione arcaica dei ruoli di genere.
Spacciare tutto ciò per "semplice tutela dei figli" ignora la radice del problema: l'abitudine sociale di giudicare, etichettare e normare la condotta delle donne attraverso il filtro dello sguardo maschile e della pubblica decenza. Quando la morale pubblica e il pulpito si alleano per legittimare l'idea che la virtù si misuri dalla lunghezza di una gonna, non si fa opera di buon consiglio educativo, ma si riafferma un sistema di potere culturale che la società civile e le nuove generazioni faticano –giustamente– a tollerare ancora.

A dargli man forte è accorso il solito Andrea Vani. Il giocatore di basket ha ottenuto i cuoricini del pastore asserendo che un fantomatico "politicamente corretto" gli impedirebbe ip diritto di poter ridurre le donne al loro aspetto:

Peccato che dovrebbe essere il buonsenso a suggerire che le donne andrebbero giudicate per il loro agire e non sulla base della lunghezza delle loro gonne.


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