La crociata regressiva di Sasso: quando persino lo psicologo diventa un "delirio woke"sso

C’è un filo nero che attraversa il dibattito politico sovranista, un corto circuito permanente in cui ogni forma di tutela della salute mentale, ogni tentativo di ascolto e ogni proposta di prevenzione viene immediatamente bollata come un complotto ideologico. L’ultimo, mirabile esempio di questo esercizio di retorica regressiva arriva da Rossano Sasso, che in un recente intervento social ha trasformato una proposta di legge sulla presenza di psicologi a scuola in un pericoloso cavallo di Troia "woke".

Il pretesto scatenante è la reazione a una proposta di legge firmata dalla stessa Lega (nello specifico da Armando Siri) che prevede due ore mensili di supporto psicologico obbligatorio per gli studenti. Di fronte a un'iniziativa del suo ex partito, Sasso dà libero sfogo a un furore ideologico assurdo: la prevenzione, in questo bizzarro retaggio culturale, viene equiparata a una sorta di "castrazione" sociale e culturale. Non importa che l’obiettivo sia intercettare il disagio giovanile, la dispersione o le fragilità emotive in un'epoca di profonda crisi psicologica post-pandemica: per Sasso, l’idea che i ragazzi possano confrontarsi con dei professionisti è un atto di "medicalizzazione" inaccettabile.

Il delirio tocca il suo apice quando il bersaglio si sposta sulla categoria professionale in quanto tale. Sasso non si limita a criticare l'iter o la copertura finanziaria della misura; arriva a sostenere, con un misto di paranoia e qualunquismo, che persino gli psicologi sarebbero inevitabilmente "woke". Diciottomila professionisti della salute mentale dipinti d’un tratto come emissari di un disegno progressista e sovversivo, pronti a indottrinare le menti dei bambini. È il riflesso condizionato di una destra che teme il pensiero critico e la cura della persona come la peste, incapace di concepire lo spazio scolastico se non come una caserma ideologica allineata.

A completare il quadro c’è poi l’ossessione ricorrente per la purezza politica e la minaccia esterna, lo stigma costante contro chiunque venga ritenuto non "allineato" o non sufficientemente di estrema destra. Sasso agita lo spettro del blocco autoritario, evocando "Futuro Nazionale" come un tribunale pronto a epurare e a stroncare sul nascere qualsiasi barlume di modernità o di apertura al confronto.
In questo scenario grottesco, la scuola viene ridotta a terreno di scontro della propaganda più retriva: si urla al complotto per due ore di ascolto psicologico, si demonizza la scienza e la cura della persona e si brandisce la censura come unico strumento di governo. Una visione in cui la chiusura mentale diventa dogma e la paura del diverso (o semplicemente del benessere psicologico dei più giovani) viene elevata a programma politico.


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